
Una vita a guardarmi vivere: il disagio che non è tristezza e non si cura
11 Ottobre 2026Mia madre, nel seminterrato dei Parioli, accoglieva mezzo paese
Il comò
Mia madre, nel seminterrato dei Parioli, accoglieva mezzo paese
di Pierluigi Piccini
Devo cominciare da una cosa che non mi fa onore. Da cinquant’anni racconto la mia infanzia in un certo modo, e quel modo funziona, lo so perché ne vedo l’effetto ogni volta: dico che sono cresciuto ai Parioli, e chi ascolta si prepara alla storia di un ragazzo di buona famiglia, poi aggiungo che ci abitavamo nel seminterrato, e sul viso dell’altro passa qualcosa che conosco bene, una specie di rispetto improvviso che io, devo ammetterlo, incasso volentieri. Non è una bugia, nel seminterrato ci abitavamo davvero. Ma è una frase che ho imparato a usare, e una frase che si usa per tanto tempo finisce per smettere di dire quello che dice e diventa una moneta, qualcosa che si spende senza guardarla.
Poco tempo fa l’ho anche scritta, in un pezzo che è piaciuto, e pochi giorni dopo mi è arrivata una lettera. Senza quella lettera non starei scrivendo queste pagine, o ne starei scrivendo altre, più simili alle precedenti, e non mi sarei accorto che nella mia storia mancava la persona più importante, che pure avevo avuto davanti da sempre.
La lettera è di una donna del paese dei miei genitori, che mi racconta di conoscere diverse coppie nate così, a Roma. La madre del suo fidanzato di quando aveva vent’anni era partita dal Bagnolo a quattordici anni per andare a servizio da una signora dei piani alti, e a una di quelle feste che ogni tanto si concedevano alla gente di servizio aveva conosciuto l’uomo che avrebbe sposato; un parente di Dante Cappelletti era partito dalle Tre Case per fare il portiere, già sposato; e poi, quasi di passaggio, mi dice che i suoi zii vivevano in un seminterrato come il mio.
Vorrei poter dire che leggendo quel “come il mio” mi sono commosso, ma non è andata così, o almeno non subito. Ho provato un piccolo dispiacere, e devo descriverlo con esattezza proprio perché è meschino: il dispiacere di chi scopre che il posto segreto dove andava da ragazzo lo conoscevano tutti. Il seminterrato era la mia carta, quella che giocavo per farmi perdonare l’indirizzo, e questa donna, senza nessuna intenzione di togliermela, mi informava che di seminterrati come il mio Roma era piena, e che erano pieni della stessa gente. Mi ci sono voluti alcuni giorni per capire che era una buona notizia, e che quello che avevo sempre raccontato come una storia di famiglia era in realtà una geografia: sotto i palazzi di Roma c’era un’Amiata sotterranea, fatta di portinerie e di stanze a mezzo livello, con le finestre all’altezza delle scarpe di chi passava, e in un punto preciso di quella geografia, al numero 2 di via di Villa Albani, c’era una specie di stazione, di ufficio, di mensa e di dormitorio che funzionava senza orari e senza insegna, e che mandava avanti mia madre.
Prima di arrivare a lei, però, devo parlare di un uomo che compare nella lettera e che da allora non mi lascia in pace. Chi partiva per fare il portiere a Roma, scrive la donna, si prendeva il disprezzo di chi restava, e suo padre era uno di quelli che li disprezzavano. Non volle mai lasciare il paese. Il suo primo lavoro fu alla miniera del Siele, dove già lavorava il nonno; lo mandarono subito sotto, e il secondo giorno si licenziò. Soffriva di claustrofobia, come lei, ma probabilmente non lo seppe mai: sapeva soltanto che là sotto non ci poteva stare. Andò a fare il boscaiolo con il fratello maggiore, gli piaceva, ed era bravo.
Non l’ho mai conosciuto e non so che faccia avesse, eppure è diventato una specie di interlocutore, tanto che mentre scrivo me lo immagino seduto da qualche parte nella stanza, e so cosa penserebbe del mio pezzo sui Parioli: lo troverebbe ridicolo. Io presento il seminterrato come un’origine di cui andare fieri, mentre per lui il sotto era il posto da cui si scappa al secondo giorno, e chi andava ad abitarci a Roma, per aprire il portone ai signori, aveva scelto soltanto un altro modo di stare sotto terra. Ho provato a scrivere una frase per dargli torto e non ci sono riuscito, così ne ho scritta una che mettesse d’accordo tutti, qualcosa come: su questa montagna la vita si giocava tra il sopra e il sotto, la galleria, il bosco o il seminterrato, e nessuno sceglieva davvero. È una frase vera, credo, ma la riconosco per quello che è, una frase da assessore alla cultura, di quelle che chiudono le discussioni invece di aprirle. Lui non l’avrebbe sottoscritta, e forse nemmeno mia madre, che aveva scelto di partire e non mi risulta che se ne sia mai pentita ad alta voce.
La donna ha fatto anche un’altra cosa per me: ha chiesto a sua madre come si chiamavano quelli che, prima delle corriere, portavano la gente in macchina, a pagamento, all’ospedale, al pullman per la colonia e a Roma. La madre si ricorda Nanni Titta e Remo, e un altro di Voltaia di cui non ricorda il nome; erano i nomi per la gente, quelli veri non li sa più nessuno. Remo lo conoscevo. Ho letto il nome e ho sentito un odore, e so cosa sta pensando il lettore, perché lo penserei anch’io: nei libri di memoria gli odori arrivano sempre al momento giusto, è il trucco più vecchio del mestiere. Posso solo dire che è andata così. Remo aveva una Fiat 1800, e dell’interno di quella macchina ricordo l’odore con una precisione che non ho per quasi nient’altro di quegli anni, stoffa, benzina e qualcos’altro che non so nominare. Qualche volta l’ho presa per tornare a Piancastagnaio, e scrivendo “tornare” devo subito correggermi, perché sono nato a Roma, a Roma ho sempre vissuto, e al paese dei miei genitori andavo ogni tanto, soprattutto d’estate. Tornare in un posto dove non si è mai abitato è una condizione strana, che conoscono tutti i figli degli emigranti e che un giorno racconterò, ma non qui. Qui conta che Remo i suoi passeggeri li portava da noi, e che loro scendevano i pochi gradini e trovavano mia madre.
Ho appena scritto “emigranti”, e mi accorgo che è la prima volta. Per anni li ho chiamati i paesani, la gente che veniva su da Piancastagnaio, e non credo di averlo fatto apposta, ma le parole che si scelgono senza volerlo sono spesso le più rivelatrici, e queste servivano a non dire la parola giusta. Non andavano in America, facevano duecento chilometri di Cassia, ma lasciavano un paese per andare a servire in una città, e questo si chiama emigrare. Casa nostra era la loro prima accoglienza, un posto dove mangiare, dormire e sapere dove andare il giorno dopo. Nessuno l’aveva deciso e nessuno l’aveva chiamato così: era successo, come succedono le cose in famiglia, e poi era diventato normale.
Io ero un bambino e non capivo quanti fossimo, a pranzo, a cena, a dormire. Mia madre sì, credo, perché è il genere di cose che le madri sanno e che i figli si accorgono di non sapere quando è ormai troppo tardi per chiedere. So che spesso finivo nel letto con mio fratello, messi testa e piedi, e che i piedi di mio fratello mi facevano compagnia. Rileggo la frase e non mi fido, è troppo carina, ha l’aria di essere stata scritta per farsi citare. Potrei chiamare mio fratello stasera e chiedergli come se lo ricorda lui, e sospetto che la sua versione avrebbe a che fare più con i calci che con la compagnia; forse è per questo che non l’ho ancora fatto. La frase la lascio, perché per me era vera, ma il lettore sappia che è una versione sola.
Il mangiare era affare suo: pasta e pizza, e vino, che in casa nostra non è mai mancato. Mancava semmai l’acqua, che si faceva con le bustine di Idrolitina nella bottiglia, e certe volte le bustine erano finite. La pizza la faceva lei, nei grandi teglioni neri, e poi la portava a cuocere da Pane per Tutti, il forno dall’altra parte della Salaria, quasi davanti all’ingresso di Villa Albani. Nella prima versione di queste pagine avevo scritto che la pizza la comprava lì, ed era sbagliato, e la differenza non è da poco: è quella tra chi compra da mangiare e chi lo fa, e mia madre, per decine di persone che non erano della sua famiglia, lo faceva. Pane per Tutti aveva un profumo che riconoscerei ancora, e ci passava la Roma che lavorava e a mezzogiorno mangiava in piedi, quasi sempre una ciriola, quella a due tagli. Mia madre ci comprava anche i biscotti della salute Gentilini, che allora non avevano la confezione e si contavano uno per uno prima di finire in una busta di carta. Il nome del forno, lo confesso, mi mette un po’ in imbarazzo: Pane per Tutti, in una storia come questa, e se l’avessi letto in un romanzo avrei pensato che l’autore calcava la mano. Non l’ho inventato. Il forno si chiama ancora così ed è ancora lì, potrei andarci domani, e non l’ho ancora fatto senza sapere bene perché. Forse perché, finché non ci vado, il profumo resta quello.
Molti di quelli che arrivavano avevano già un posto dove andare, gli altri si fermavano qualche giorno e intanto si cercava, attraverso una rete che nessuno aveva organizzato e che funzionava benissimo: il passaparola tra portieri, soprattutto, e domestiche, e qualche cameriera. Un portone libero in via Po, una signora di viale Parioli che cercava una ragazza fidata, un cugino che sapeva di una stanza. Era un sistema di informazioni tenuto in piedi da persone il cui lavoro consisteva nel non farsi notare, e che proprio per questo sapevano tutto di tutti. Se dovessi dire chi stava al centro di quella rete, nel nostro pezzo di quartiere, direi mia madre, non perché avesse un ruolo, ma perché la gente passava da lei.
Chi aspettava dormiva da noi, sulle brandine che stavano dietro una grande porta bianca e che si aprivano la sera e si richiudevano la mattina. Dietro quella porta, quando c’era troppa gente, mi nascondevo io. Mi piacerebbe dire che lo facevo per timidezza, sarebbe un tratto simpatico, ma credo che quella folla, a volte, mi desse fastidio e basta, come darebbe fastidio a qualsiasi bambino che si vede la casa invasa e la madre occupata con altri. Da lì guardavo le facce. Nella prima stesura avevo scritto che arrivavano con le valigie legate con lo spago, e ho cancellato la frase perché quelle valigie non le ho mai viste: vengono dai film, e si erano infilate nel mio ricordo senza chiedere permesso. È la cosa che più mi inquieta quando scrivo di memoria, non le bugie che dico, ma quelle che mi sono state raccontate da altri e che ho finito per prendere per mie.
Al posto delle valigie mi è venuta un’altra parola, dignità, e anche di quella diffido, perché è la parola che si usa per i poveri quando non si sa cosa dire di loro. Un’altra però non la trovo, e allora provo almeno a dire cosa vedevo: persone molto attente, attente a non occupare spazio, a non farsi notare, a capire le regole di una casa che non era la loro. Non so se fosse una virtù. Era soprattutto una tecnica, la stessa che il giorno dopo avrebbero usato davanti a una signora dei piani alti, e la cominciavano a esercitare da noi. Alcune di quelle facce le disegnavo a matita sul fianco di un comò bianco accanto ai lettini, e non so se qualcuno se ne sia accorto, né se mia madre mi abbia sgridato, né che fine abbia fatto il comò.
Poi, anni dopo, è arrivata a vivere da noi la signora Ottolini, e qui la storia si complica nel modo in cui si complicano le storie vere, cioè in un modo che nessuno oserebbe inventare. Era una nobile di Radicondoli, caduta in disgrazia per una questione di eredità, e venne da noi perché mia madre, da ragazza, era stata la sua dama di compagnia. Mi fermo su questa frase, perché dice di mia madre una cosa che in settant’anni non avevo mai messo a fuoco: prima di essere la donna che accoglieva gli emigranti nel seminterrato, era stata lei stessa una ragazza al servizio di una signora. Si chiamava Annunziata, ma per la signora Diomedi era l’Annunciata, con l’articolo davanti, come si fa con la gente di servizio, e una consonante cambiata, come se nemmeno il nome fosse del tutto suo. Conosceva il sopra perché ci aveva lavorato e conosceva il sotto perché ci abitava, ed era l’unica persona, in quella casa, che sapesse muoversi tra i due senza perdersi. La cosa va detta in modo semplice: la signora che aveva avuto mia madre al proprio servizio finì a vivere nel seminterrato di mia madre. Non so che cosa si siano dette le due donne il primo giorno, né se si siano dette qualcosa, e non so se mia madre abbia provato una qualche soddisfazione; se l’ha provata, conoscendola, non l’ha mai mostrata, e io non ho mai pensato di chiederglielo, ed è una delle domande che le farei oggi, se potessi. Della sofferenza della signora Ottolini, da bambino, non vedevo niente, o non sapevo vederla: per me era una persona che parlava in un modo diverso dal nostro. Oggi immagino che stesse imparando, molto tardi e partendo dalla parte opposta, la stessa cosa che avevo visto fare agli emigranti, non occupare spazio in una casa che non era la sua. Di quella storia mi sono rimaste due federe ricamate a mano, sulle quali mi piace dormire, e che non sono solo stoffa. Con lei c’era la figlia, Marcella, che ha avuto una parte nella mia educazione, lei e Winnie the Pooh. Lo scrivo e mi viene da ridere, ma è così: tra le persone che mi hanno educato c’è un orso inglese goloso di miele, arrivato in un sotterraneo dei Parioli insieme a due nobildonne senesi rimaste senza un soldo, ospiti della loro ex dama di compagnia.
Mi chiedo perché sto scrivendo tutto questo, e la risposta più onesta è che il bambino dietro la porta bianca faceva già, in piccolo, quello che faccio io adesso: guardava gli altri senza essere guardato e si teneva quello che vedeva, il che non mi sembra una colpa grave, ma nemmeno una virtù. Quello che ho capito solo scrivendo, invece, è che per anni ho raccontato il seminterrato come il luogo da cui venivo io, senza mai chiedermi davvero chi lo avesse reso abitabile per tutti gli altri.
Di quel mondo mi restano un odore di macchina, dei teglioni neri, i piedi di mio fratello, una porta bianca, due federe ricamate, un orso inglese, e con questo si potrebbe scrivere una storia commovente, come in alcune righe di queste pagine mi sono accorto troppo tardi di aver fatto. Quello che vorrei tenere è ciò che la lettera mi ha insegnato: che il sotterraneo non era mio, ma di un paese intero che per una generazione ha vissuto sotto, nella miniera del Siele o sotto i palazzi dei Parioli, e che intanto si giudicava, tra chi partiva e chi restava. Un giorno, sotto, ci è arrivato anche qualcuno che era sempre stato sopra. E in mezzo, a fare la pizza per tutti, c’era Annunziata, che per qualcuno era stata l’Annunciata, e che il sopra e il sotto li aveva conosciuti entrambi senza mai farne una storia. Quella storia la sto facendo io adesso, al posto suo, e non sono sicuro che me lo avrebbe permesso.





