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20 Ottobre 2026Se cade Coppini, che cosa resta a Siena? La sfiducia al presidente della Fondazione non è una strategia
Pierluigi Piccini
Ammettiamo che il 23 il presidente della Fondazione Mps, Riccardo Coppini, venga sfiduciato, come lasciano intendere, si dice, le pressioni del presidente della Provincia e del sindaco. Sarebbe un epilogo curioso per un notaio che, al momento della nomina, aveva raccolto elogi da destra e da sinistra per l’equilibrio, la competenza e la lunga familiarità con l’istituzione. L’uomo scelto come figura di garanzia verrebbe mandato a casa proprio quando di garanzie ci sarebbe più bisogno. E allora la domanda va posta senza giri di parole: e poi?
Una strategia alternativa non si vede, e nemmeno un’arma decisiva tenuta in serbo per l’ultimo minuto. Gli enti locali si sono chiusi in una gabbia e hanno buttato via la chiave, affidando la partita a un’unica ipotesi, quella costruita intorno a Luigi Lovaglio. L’amministratore delegato è stato raccontato come un nuovo Ulisse, capace di sciogliere ogni nodo con l’intuito e l’astuzia, e chi dubitava della sua strategia veniva tacciato di tradimento. Era un ruolo comodo per chi lo aveva investito: suo il merito se le cose fossero andate bene, sua la colpa altrimenti. Chi ha amministrato conosce questo meccanismo, che consiste nel delegare la responsabilità per non doverla esercitare.
Intanto il tempo è passato, e in un’operazione come questa il tempo è la variabile decisiva. Eppure non mi risulta che qualcuno, dentro o fuori la Fondazione, abbia chiesto una riunione per porre l’unica domanda che conta: che cosa si fa adesso? Quando feci notare che nella delegazione degli enti locali mancava proprio il soggetto più interessato, l’unico titolato a parlare con il Ministero e con le parti in causa, nessuno mi rispose. In questi casi il silenzio non è prudenza, ma rinuncia a governare un processo che altri finiranno per governare al posto nostro.
Ora si vorrebbe rimediare con la caduta di un presidente. Ma una sfiducia non è una linea politica, e tanto meno negoziale. Togliere di mezzo Coppini non aggiunge nulla per i dipendenti, per le funzioni che devono restare a Siena, per il marchio, per i tempi dell’operazione. Apre soltanto un vuoto, e nei vuoti si inseriscono gli interessi più forti, che non abitano né in Piazza Salimbeni né a Palazzo Sansedoni. Una Fondazione decapitata nel pieno di un’offerta pubblica è un interlocutore più debole, e una città le cui istituzioni si regolano i conti tra loro si presenta al tavolo in ginocchio.
La strada seria è un’altra e non ha bisogno né di eroi né di capri espiatori: trasformare le promesse in obblighi, con impegni scritti su occupazione, sedi, funzioni direzionali e rapporto con il territorio, inseriti nei documenti che contano e sottoscritti da chi ha la responsabilità dell’operazione. Non è una posizione a favore o contro qualcuno, è serietà amministrativa: pensare a ciò che resterà fra dieci anni anziché alla resa dei conti della prossima settimana.
C’è ancora qualche giorno, e l’interlocutore è al suo posto. La città ha bisogno di garanzie, non di gesti, e tutti i soggetti coinvolti, ciascuno con il proprio cerino in mano, hanno l’obbligo di cercare insieme una soluzione finché è ancora possibile trovarla. Oggi gli elementi destabilizzanti non servono a nessuno, se non a chi da Siena vuole soltanto il nome.





