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23 Ottobre 2026I camionisti bloccano le strade contro il caro gasolio, e Meloni minaccia con il decreto sicurezza la sua stessa base sociale
In pochi giorni la protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio ha mostrato quanto sia fragile la catena che regge la vita quotidiana. A Napoli si sono visti supermercati vuoti e file ai distributori, e i cittadini raccontavano la sensazione di un ritorno al lockdown. In Calabria e Sicilia frutta e verdura sono sparite dagli scaffali. Il 22 ottobre il Consiglio dei ministri ha varato in fretta un decreto. Prevede 105 milioni per i crediti d’imposta sul gasolio, la sospensione per cinque mesi dei leasing dei mezzi pesanti, interventi sui contratti di trasporto, 60 milioni per gli agricoltori e 10 per la pesca. Le associazioni hanno firmato l’accordo con Salvini e revocato il fermo. Nel Mezzogiorno, però, i blocchi sono proseguiti a macchia di leopardo.
Poi è arrivato il video della presidente del Consiglio. Prima la carota: non sono promesse, sono risorse già in arrivo. Poi il bastone. Pochi soggetti continuano a bloccare le strade, tagliano le gomme ai colleghi, minacciano chi vuole lavorare: questa, ha detto, non è protesta ma intimidazione. Lo Stato userà tutti gli strumenti, comprese le norme del decreto sicurezza che hanno trasformato il blocco stradale in reato. Nel frattempo la procura di Napoli ha disposto accertamenti su possibili infiltrazioni criminali, dopo che alcuni camionisti hanno denunciato pressioni da parte di uomini a volto coperto.
Le intimidazioni vanno perseguite, e se la malavita ha provato a cavalcare la protesta è giusto che lo Stato intervenga. Ma la vicenda è istruttiva. Il decreto sicurezza era stato pensato contro altri: studenti, attivisti per il clima, picchetti operai. Oggi la stessa norma può colpire i padroncini, gli agricoltori, i piccoli imprenditori del trasporto, cioè una parte non piccola dell’elettorato della destra. Quando si costruisce il nemico per legge, la legge non sceglie da che parte stare: si applica a chiunque esprima un disagio nella forma sbagliata. E il disagio non sceglie la forma, la trova, specie in un Paese dove il carburante pesa sui margini come una tassa occulta.
Il problema strutturale resta intatto. L’Italia muove la gran parte delle sue merci su gomma, e lo fa con un settore polverizzato in migliaia di aziende minuscole, schiacciate tra i grandi committenti della logistica e i costi dell’energia. Ogni crisi del prezzo del petrolio diventa una crisi sociale, e ogni crisi sociale si chiude con un bonus temporaneo. È un ciclo che conosciamo: si tampona, si ringrazia chi rientra, si minaccia chi resta. Nessuno affronta la domanda vera, cioè quale sistema dei trasporti vogliamo. Quanto ferro e quanta gomma, quali ricavi per chi guida e quali per chi ordina.
C’è un filo che lega questa protesta alle piazze di Milano, alla rabbia dei ragazzi, perfino alle mobilitazioni che attraversano l’Europa. È la percezione, diffusa e trasversale, che il sistema non ascolti finché non si blocca qualcosa. Un governo che risponde soltanto quando i camion fermano le autostrade insegna proprio questo: che il blocco funziona. E poi si stupisce che altri lo imitino.
Governare non significa alternare decreti di aiuto e decreti di punizione. Significa prevenire la crisi prima che arrivi in strada. Ma per farlo serve una visione del tempo lungo, e il tempo lungo non vota a fine mese.





