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Oggi a Palazzo Sansedoni si riuniscono le deputazioni della Fondazione Mps per decidere come votare all’assemblea della banca del 29 ottobre. La scelta è tra il piano di Lovaglio, cioè la fusione con Mediobanca, e l’apertura all’offerta di Intesa Sanpaolo, che ha legato la propria operazione proprio alla bocciatura di quel piano. Ma si parla anche di una terza via: un rinvio alla prossima settimana, a ridosso dell’assemblea.
Alla vigilia, Lovaglio ha scelto lo scontro. Al Tgr Toscana ha detto che Intesa è già in campo mentre Mps resta chiusa nello spogliatoio, e che ritirarsi in caso di voto favorevole alla fusione sarebbe il gesto di chi non vuole giocare. L’immagine rovescia le cose. Il voto del 29 è la mossa con cui il vertice cambia la natura della banca mentre c’è un’offerta sul tavolo, e nessuno compra una società che nel frattempo diventa un’altra. Quanto al “referendum”, è normale che siano i soci a decidere: è il loro mestiere.
Lovaglio ha poi definito “personale” la posizione di Coppini, espressa a suo dire fuori dai processi collegiali. Ma quei processi sono in corso oggi, negli organi della Fondazione, ed è lì che va data la risposta. Non spetta all’amministratore delegato giudicare un suo azionista, né cercare copertura nelle istituzioni locali a pochi giorni dal voto. Siena ha già pagato caro la confusione tra banca, Fondazione e politica.
Su un punto però Lovaglio ha ragione. L’Antitrust dovrà stabilire quante filiali resteranno a Intesa, e oggi nessuno sa cosa rimarrà del Monte: sedi, dipendenti, funzioni a Siena. Ma da questa incertezza discende una conclusione diversa dalla sua. Se non sappiamo cosa resterà, va scritto prima, con impegni vincolanti su tempi, occupazione e funzioni, nel documento di offerta e in un accordo con enti locali e Fondazione. E la stessa domanda va posta alla fusione con Mediobanca: quanto peserà Siena in un gruppo che guarda a Milano? Il presidente Bisoni dice che il Monte non ammainerà la bandiera, ma una bandiera non è una garanzia.
Per questo il rischio del rinvio è serio. Il 15 aprile, nel giorno della vittoria di Lovaglio, la Fondazione si astenne. Arrivare al 29 ottobre dopo un’altra non-scelta significherebbe rinunciare all’unico momento in cui il suo voto pesa davvero, quello in cui si possono ancora chiedere condizioni.
Per Siena non si tratta di tifare per una squadra, ma di ottenere, chiunque vinca, impegni chiari e verificabili. Le parole dure servono al voto; il giorno dopo resteranno solo gli impegni firmati.





