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24 Ottobre 2026Oleshky, la tregua per una città martire: Melania Trump si prende il merito, ma la strada l’aveva aperta il Papa
Oleshky è una piccola città sulla riva sinistra del Dnipro, di fronte a Kherson, occupata dai russi dal 2022 e da allora ridotta a una prigione a cielo aperto. Nessuno entra, pochi riescono a uscire, gli anziani rimasti vivono senza cibo né medicine sotto il fuoco incrociato. Ieri la Casa Bianca ha annunciato che Russia e Ucraina hanno accettato di sospendere le operazioni militari nella zona per far entrare gli aiuti e preparare l’evacuazione dei civili. Il merito, secondo Washington, è tutto di Melania Trump, definita “mediatrice esclusiva”.
Il ministero della Difesa russo ha confermato quasi subito, con una precisazione non da poco: il cessate il fuoco comincerà alle quattro del mattino, ora di Mosca, di martedì 27 ottobre, e non il 29 come indicato dalla Casa Bianca. Anche Kiev ha fatto sapere che le sue forze rispetteranno la tregua. Il Cremlino ha accolto con favore l’impegno della first lady, e anche questo è un segnale da leggere. Melania Trump ha spiegato che saranno leader civili dei due paesi a visitare casa per casa i residenti per capire di cosa hanno bisogno, che chi vorrà partire avrà trasporto e assistenza verso la destinazione scelta, e che un gruppo di giornalisti indipendenti documenterà l’operazione. Ha aggiunto che senza il suo intervento portare aiuti e far uscire gli anziani sarebbe stato impossibile.
Il racconto americano omette però un passaggio. Il 16 ottobre papa Leone XIV, dal Gemelli, aveva chiesto direttamente a Putin, e poi a Zelensky, una tregua per Oleshky. La diplomazia vaticana lavorava da settimane, e il dossier era stato ricordato a Putin anche durante l’incontro con l’inviato americano Witkoff a San Pietroburgo. Washington non ha fatto alcun cenno al Pontefice. Il canale usato da Melania Trump, quello aperto per i ricongiungimenti dei bambini ucraini deportati, è reale e ha prodotto risultati, ma l’esclusiva rivendicata dalla Casa Bianca appartiene più alla comunicazione che alla storia della trattativa. Trump stesso ha voluto chiarire che la moglie non entrerà nei colloqui trilaterali con Mosca e Kiev, che riprenderanno a livello tecnico ad Abu Dhabi nella prima metà di novembre.
Resta il fatto, e non è poco. Una tregua locale, umanitaria, limitata nello spazio e nel tempo, è la prima cosa concreta dopo mesi di annunci di pace mai arrivata. Va accolta senza ironia. Ma non bisogna confonderla con l’inizio della fine della guerra. Mosca concede il cessate il fuoco su una città che controlla, ottiene un riconoscimento pubblico e la gratitudine della Casa Bianca, e intanto prosegue altrove quella che è stata chiamata la strategia della sofferenza: colpire infrastrutture, energia, vita civile, per piegare la resistenza ucraina con l’inverno.
Oleshky dirà se gli aiuti arriveranno davvero, se chi vuole partire potrà farlo, se la tregua reggerà oltre i primi giorni. Sarà un banco di prova piccolo ma significativo. Se funziona, potrà diventare un modello per altri corridoi umanitari. Se fallisce, resterà una fotografia per la campagna elettorale americana.





