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27 Ottobre 2026Israele al voto senza una maggioranza possibile: il nodo è il quinto di cittadini che nessuno vuole contare
Oggi sette milioni e trecentomila israeliani scelgono i 120 deputati della Knesset. Sono le prime elezioni dopo il 7 ottobre 2023. Ma il vero dato politico di questa giornata sta già scritto nei sondaggi: nessuno può vincere. La coalizione di Netanyahu si ferma intorno ai 50 seggi. Il blocco guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot arriva al massimo a 56. Ne servono 61. In mezzo restano circa quattordici seggi attribuiti ai partiti arabi, la Lista unita e Ra’am. Quasi un quinto della popolazione israeliana è di origine palestinese, eppure quei voti vengono trattati come una massa che non si può toccare.
È qui che la questione smette di essere aritmetica. Una democrazia che non riesce a formare un governo perché considera inutilizzabile una parte dei propri cittadini mostra un limite che nessuna legge elettorale può correggere. Eisenkot ha giurato che non governerà mai con Netanyahu. Bennett e Lapid, riuniti nell’alleanza laica, tengono la stessa linea. Ma per arrivare a 61 l’opposizione dovrebbe appoggiarsi ai partiti arabi, e questo nella cultura politica israeliana resta un tabù quasi quanto l’altro. Le uscite sono due e sono entrambe dolorose: rompere il tabù arabo, oppure rompere quello della convivenza con Netanyahu, tagliando le ali estreme. Secondo la stampa americana la Casa Bianca guarda con favore proprio alla seconda soluzione, un grande governo di centro che chiuda le stagioni dei coloni e dei ministri incendiari senza aprire davvero una stagione nuova.
Netanyahu ha cercato di far slittare il voto e non ci è riuscito. Il dato racconta molto. Il suo Likud, che nel 2022 aveva 32 seggi, oscilla oggi intorno ai venti. La coalizione che allora contava 64 deputati ne ha persi una quindicina. Il calo ha una data precisa: le settimane successive al massacro di Hamas, quando gli israeliani hanno capito che il governo più a destra della loro storia non li aveva protetti. La sicurezza, che per vent’anni era stata la moneta di Netanyahu, si è rovesciata contro di lui. È il paradosso dei leader che costruiscono il proprio potere sulla paura: quando la paura si avvera, la colpa ricade su chi l’aveva promessa sotto controllo.
David Grossman, alla vigilia, ha chiesto ai suoi concittadini di scegliere la speranza, perché sarebbe l’ultima possibilità. La parola sembra ingenua, ma nel suo modo di intenderla non lo è. La speranza, per lui, non è un sentimento che si aspetta: è qualcosa che si costruisce, una decisione contro la disperazione che sta sempre lì, a portata di mano, già pronta. Nel linguaggio politico questo significa una cosa molto concreta. Significa smettere di considerare i palestinesi, quelli di Gaza e quelli che votano nelle città israeliane, come un problema da gestire con i muri e le armi, e cominciare a pensarli come parte del futuro dello Stato.
Le urne di stanotte non scioglieranno questo nodo. Diranno soltanto quanto è grande il desiderio di voltare pagina. Poi comincerà la trattativa, e lì si misurerà se il cambiamento promesso da Eisenkot è un cambio di volto o un cambio di direzione. Un Paese senza confini definiti, ripete da anni Grossman, è come una casa con i muri che ondeggiano. Il primo confine da tracciare, forse, è interno: decidere chi conta davvero nella comunità politica. Fino a quando un quinto dei cittadini resterà fuori dal conto, Israele continuerà a votare senza riuscire a governarsi.





