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26 Ottobre 2026Monte dei Paschi, il voto del 29 ottobre e le condizioni che Siena non ha ancora chiesto
Pierluigi Piccini
Fra pochi giorni l’assemblea del Monte dei Paschi deciderà se tenere in vita le due offerte con cui Luigi Lovaglio ha tentato di difendere l’autonomia della banca o se aprire la strada all’offerta di Intesa Sanpaolo. Comunque vada, Siena assisterà al voto da spettatrice, perché il Monte non le appartiene più da tempo. Ma il fatto di non decidere l’esito non la esonera dal chiedersi che cosa debba ottenere, da chiunque diventi il nuovo padrone della banca. Ed è proprio su questo punto che la città appare impreparata.
C’è una fotografia che lo racconta meglio di molte analisi. È quella del Premio Mangia consegnato a Lovaglio il 15 agosto: lui al microfono, la sindaca con la fascia tricolore, le autorità in piedi alle loro spalle. Premiare il risanamento del Monte era legittimo, perché la banca uscita dal salvataggio pubblico è stata rimessa in piedi e riportata sul mercato con una forza che pochi avrebbero previsto. Ma l’offerta di Intesa era stata lanciata l’8 giugno, e la cerimonia si è svolta con il tono di chi festeggia una conquista, celebrando la banca come protagonista del sistema creditizio mentre era già diventata una preda. Il momento delicato era noto a tutti i presenti, eppure in quella sede non si è tradotto in alcuna richiesta, in alcuna condizione posta a chi avrebbe potuto acquisire il Monte.
Da allora la partita ha preso la direzione che si poteva prevedere. Intesa ha rilanciato il 3 ottobre, aumentando la parte in contanti e ponendo come condizione la bocciatura del piano difensivo; Delfin, primo azionista, si è schierato con l’offerente, e i consulenti di voto hanno indicato la stessa strada. Già in primavera, del resto, Lovaglio era stato escluso dalla lista del consiglio uscente e riportato al vertice da una lista di azionisti: un segnale chiaro che le sorti del Monte si decidono fra i soci, non in città. Siena non poteva cambiare questo esito, e non ha senso rimproverarle di non averlo fatto. Le si può rimproverare, invece, di non aver usato il tempo per prepararsi a ciò che verrà dopo.
Una città senza azioni non è una città senza leve. Ci sono gli atti che dipendono dagli enti locali, dalle destinazioni urbanistiche degli immobili alle autorizzazioni che qualsiasi riorganizzazione richiede. C’è la Fondazione, interlocutore naturale di chiunque voglia mantenere una presenza a Rocca Salimbeni. C’è la voce che il territorio può far valere presso il governo finché le decisioni pubbliche sull’operazione restano aperte. E c’è il valore reputazionale di un luogo simbolico, che nessun acquirente ha interesse a ferire all’indomani di un’operazione da trenta miliardi. Sono leve modeste, ma reali, e funzionano soltanto a una condizione: che si traducano in richieste precise, presentate per tempo e messe per iscritto.
Le promesse non mancano. Intesa ha dichiarato di voler valorizzare Siena, e Lovaglio ha difeso il proprio progetto anche in nome del legame con la città. Ma una promessa contenuta in un comunicato non obbliga nessuno. Ciò che conta sono impegni verificabili su tempi, numero di addetti e funzioni da mantenere in città, sottoscritti con il Comune, con gli enti e con la Fondazione, con scadenze e meccanismi di controllo. Chiunque vinca, questo è il terreno su cui Siena può ancora contare qualcosa, e finora nessuno lo ha occupato.
Il motivo non è l’incapacità di comprendere. Quando una chiave di lettura viene offerta, la città la riconosce: la tesi dell’asimmetria fra i tempi della chiusura di Intesa e quelli della difesa del Monte, che ho proposto io stesso, è stata fatta propria dal consiglio comunale, e il consiglio provinciale ha dedicato una seduta al golden power. Il limite è un altro. L’analisi arriva da fuori delle istituzioni, che la accolgono senza averla prodotta e senza trasformarla in iniziativa. Per generazioni Siena ha ricevuto la propria comprensione della finanza dal Monte stesso, dai suoi dirigenti e dalle sue relazioni, e quando la banca si è allontanata è rimasto un vuoto che nessuno ha colmato. È paradossale nella città dei banchieri e dei ragionieri, sede di un’università che ha formato quadri del credito italiano e che, attraverso il rettore, siede persino nel Concistoro che ha assegnato il premio. Proprio quell’università, come istituzione, potrebbe offrire alla città un lavoro di analisi indipendente sulla vicenda, ed è il momento di chiederglielo.
In assenza di analisi prosperano i racconti consolatori. Il Monte è tornato forte, il Monte è di nuovo una banca di primo piano: affermazioni vere, che però, senza una parola chiara sulla sua contendibilità, hanno finito a mio giudizio per lasciar intendere che la banca fosse tornata della città. Il nome può restare sulle insegne e nei comunicati, mentre funzioni, decisioni e lavoro qualificato si trasferiscono altrove. Difendere il nome è facile e gratifica; difendere il corpo richiede lavoro, trattative, documenti firmati.
Essere all’altezza di questo passaggio non significa schierarsi con Lovaglio o con Messina. Significa prendere atto che il Monte non appartiene più a Siena e comportarsi di conseguenza, con la serietà di chi amministra e non con il trasporto di chi tifa. Dopo il 29 ottobre ci sarà un vincitore, e con lui bisognerà trattare. La fotografia di agosto mostra una città che applaude; sarebbe bene che la prossima la mostrasse seduta a un tavolo, con le proprie richieste davanti.





