
Leonardo nell’ex Beko di Siena: dopo due anni di vertenza arriva un nome, ora servono un piano e una data
2 Novembre 2026
Caso David Rossi, dopo tredici anni la parola passa all’antimafia: la famiglia parla in tv, la Commissione riorganizza il lavoro
2 Novembre 2026Il Monte dice no a Lovaglio e i piccoli azionisti cercano voce: dopo l’assemblea si apre la partita delle garanzie
L’assemblea straordinaria del Monte dei Paschi del 29 ottobre ha chiuso una stagione. Dopo una seduta durata sei ore, i soci hanno respinto la fusione per incorporazione di Mediobanca: si è opposto quasi il 64 per cento del capitale presente, mentre i favorevoli si sono fermati poco sotto il 33. Sono cadute anche le offerte su Banco Bpm e Banca Generali, cioè le operazioni con cui l’amministratore delegato Luigi Lovaglio puntava a costruire un polo bancario attorno a Rocca Salimbeni, abbastanza solido da resistere all’offerta di Intesa Sanpaolo. Con quel voto la strada verso l’Opas di Intesa si fa sgombra. Anche la Fondazione, che aveva lasciato intendere di poter valutare proposte esterne se il progetto dell’amministratore delegato non avesse trovato consenso, si trova ora davanti a un passaggio decisivo. In pochi anni il Monte è passato dalla crisi alla ripresa, dalla conquista di Mediobanca a un epilogo che a Siena molti vivono come una doccia fredda.
In questo quadro si muovono i piccoli azionisti. L’Associazione Azionisti per il Buongoverno del Monte dei Paschi, che da oltre un decennio rappresenta i risparmiatori nelle assemblee, ha presentato un esposto a Consob e Antitrust. Ora lancia l’idea di una rete nazionale, perché chi possiede quote modeste abbia un peso reale nelle decisioni che lo riguardano. La presidente Maria Alberta Cambi spiega che il primo obiettivo è capire come comportarsi nel passaggio delle azioni dal Monte a Intesa. È una domanda concreta: migliaia di famiglie, molte senesi, si troveranno in mano titoli di un’altra banca senza aver avuto voce nelle scelte che l’hanno resa possibile. Sono le stesse famiglie che negli anni più duri hanno visto i propri risparmi ridursi a poca cosa e che hanno continuato a credere nella banca della loro città.
La questione, però, va oltre il destino del singolo portafoglio. L’assemblea ha deciso, e le decisioni dei soci vanno rispettate. Ma un’acquisizione di questa portata non si esaurisce nel voto né nel prezzo dell’offerta. Restano da definire i tempi dell’integrazione, il numero degli addetti, le funzioni direzionali che rimarranno a Siena, il ruolo della Fondazione, il destino del marchio e il rapporto con il tessuto produttivo locale, che dal credito del Monte ha sempre tratto sostegno. Le dichiarazioni di intenti, anche le più rassicuranti, valgono finché qualcuno non decide diversamente. Per questo occorre che gli impegni annunciati diventino obblighi scritti, nel documento di offerta e in accordi formali con gli enti locali e con la Fondazione. Devono sottoscriverli tutti i soggetti coinvolti nell’operazione, compresi i grandi azionisti che ne condividono la responsabilità.
Non si tratta di essere a favore o contro Intesa. Si tratta di serietà amministrativa: un territorio che ha legato per secoli la propria storia a una banca ha il diritto di trattare le condizioni del proprio futuro. Siena ha attraversato altre trasformazioni del Monte e ne è uscita bene quando ha saputo governarle invece di subirle, mettendo regole e garanzie davanti alle parole. Lo stesso vale oggi. La mobilitazione dei piccoli azionisti va in questa direzione: chiede trasparenza, regole e voce. Le istituzioni senesi, dal Comune alla Provincia alla Fondazione, dovrebbero raccogliere questa istanza e farla propria, con un’iniziativa comune e un calendario preciso. Va fatto prima che i giochi si chiudano altrove e a Siena resti soltanto il compito di prenderne atto.





