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Le occupazioni delle scuole senesi di queste settimane non sono una semplice vertenza. Partono dalle aule, con le sedi divise, gli spazi che mancano, gli autobus che non coincidono con gli orari, ma non si fermano lì. Nei comunicati del Piccolomini, del Monna Agnese, del Buoninsegna la scuola diventa il punto da cui leggere il paese: il lavoro, la guerra, il carovita, i servizi che si diradano in un territorio dove andare da un paese al capoluogo è già una fatica. Gli studenti lo dicono chiaramente: non protestano contro, ma per la propria scuola. È questa la loro forza politica.
La lettera della presidente della Provincia, Agnese Carletti, fa l’operazione inversa. Dichiara di fare propria la protesta, ma la riconduce subito dentro le competenze dell’ente: manutenzioni, solai, infissi, il milione speso in estate, la richiesta di un fondo nazionale. Tutto legittimo, ma così una domanda politica diventa una pratica amministrativa. Il movimento parla di futuro, la risposta di capitoli di bilancio. È un modo di accogliere la protesta che in realtà la ridimensiona, riportandola sull’unico terreno dove l’istituzione sa cosa rispondere.
Anche su quel terreno, però, la lettera resta generica. Il Monna Agnese è diviso su tre sedi da nove anni: nel 2020 si parlava dell’ex edificio provinciale di viale Sardegna, nel 2022 del polo delle biotecnologie nell’ex caserma dei vigili del fuoco, nel 2023 sono arrivati gli accordi, nel 2024 la variante urbanistica. Gli studenti aspettano ancora una data. Al Poggio le uscite di emergenza non si possono aprire, al Bastianini manca la palestra, al Pendola le aule sono poche e strette, il Galilei ha un’ala chiusa per motivi statici dal 2014. A settembre la Provincia stimava per il capoluogo un fabbisogno di sette-otto milioni; nella lettera non c’è una cifra né una scadenza. Il fondo stabile ha fondamento, ma non può servire a spostare altrove la responsabilità delle scelte di oggi.
C’è poi il ruolo dell’ente. Una Provincia ridotta dalle riforme a ente di secondo livello cerca legittimazione, e farsi interlocutrice degli studenti è un’occasione. Ma la legittimazione non si costruisce assorbendo il conflitto: si costruisce prendendo sul serio quello che dice, anche quando va oltre le proprie competenze. Il lavoro che manca, i trasporti che ignorano gli orari delle lezioni, il costo della vita che pesa sulle famiglie da cui questi ragazzi vengono sono questioni che una presidente di Provincia può portare nelle sedi dove si decide.
L’incontro con la Consulta provinciale degli studenti dirà se c’è spazio per qualcosa di più. Se si chiuderà con un elenco di interventi edilizi, la protesta sarà stata soltanto gestita. Se invece Carletti saprà ascoltare anche la parte che non passa dai suoi uffici tecnici, avrà dato alle sue parole il peso che pretendono.





