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III. La questione delle donne
C’è però una dimensione di Sara Levi Nathan che va ancora oltre la custodia del pensiero altrui, per quanto straordinaria quella custodia fosse. Sara aveva una visione politica propria, autonoma, che in certi aspetti anticipava di decenni il dibattito pubblico del suo tempo: la questione dell’emancipazione femminile, e in particolare delle donne più povere e più esposte.
L’emancipazione femminile, in particolare quella dei ceti più bassi, fu per Sara Levi Nathan tema fondamentale nel corso della vita. Tentò attraverso le opere filantropiche di educare le giovani generazioni di donne e spronarle al cambiamento della loro condizione. Wikipedia Non era filantropia nel senso consolatorio del termine — non era la beneficenza che lascia intatto il sistema che produce la miseria. Era un’azione politica sistematica, che passava dall’educazione, dall’organizzazione, dalla costruzione di alternative concrete.
Quando si trasferì a Roma nel 1873, fondò nel quartiere di Trastevere una scuola elementare intitolata a Mazzini, destinata alle ragazze, e aprì l’Unione benefica, una casa per prevenire la prostituzione offrendo alle ragazze indigenti o in difficoltà alloggio, mezzi e possibilità di lavoro. Corriere Adriatico La scelta di Trastevere non era casuale: era il quartiere popolare per eccellenza, quello più lontano dai salotti, quello dove le ragazze senza istruzione e senza reddito finivano nel circuito della prostituzione regolamentata dallo Stato. In un’Italia dove la Legge Cavour istituzionalizzava il meretricio, Sara si impegnò nel movimento abolizionista con la stessa energia delle cause politiche: le donne ridotte in schiavitù non erano un problema d’ordine pubblico, erano cittadine da emancipare. La Nazione Si batté per l’abolizione dei regolamenti di Stato sulla prostituzione appoggiando il figlio Giuseppe, che aveva introdotto in Italia le posizioni di Josephine Butler. Wikipedia
Josephine Butler era la grande riformatrice inglese che in quegli stessi anni combatteva in Gran Bretagna la stessa battaglia: non la moralizzazione dei costumi, ma il riconoscimento che la prostituzione regolamentata era una forma di schiavitù legalizzata, uno strumento di controllo dei corpi delle donne povere da parte dello Stato e del mercato insieme. Sara aveva vissuto a Londra, conosceva quel dibattito, lo portava in Italia con la stessa determinazione con cui aveva portato il pensiero mazziniano. La lotta per le donne e la lotta per la patria erano, nella sua visione, due aspetti della stessa battaglia per la dignità umana.
Aprì la Sala Mazzini, dove dal 1873 al 1882 ogni domenica si tenevano conferenze sull’opera I doveri dell’uomo. Wikipedia Il titolo mazziniano è significativo: Sara lo leggeva in chiave di genere, come una chiamata rivolta anche alle donne — anzi, rivolta soprattutto alle donne, le grandi escluse dalla cittadinanza del nuovo Stato unitario. A interpretare questa visione e a coniare il termine di “madre cittadina” furono Giorgina Saffi e Jessie White Mario, altra importante figura del Risorgimento italiano vicina a Mazzini e Garibaldi, scrittrice e biografa. Wikipedia “Madre cittadina”: non la madre che si ritira nella sfera privata, ma quella che educa i figli alla vita pubblica perché essa stessa è pienamente nella vita pubblica. Sara non era una madre che si dedicava alla politica nonostante la famiglia. Era una figura in cui famiglia e politica erano la stessa cosa, fuse in un progetto unitario di costruzione civile.
Prima della morte aveva destinato un lascito alla Commissione per la divulgazione degli scritti di Mazzini. Nel 1917 la Scuola Mazzini fu eretta in ente morale col nome di Opera pia Sarina Nathan. Wikipedia Morì a Londra il 19 febbraio 1882, sola, senza avvertire nessuno della sua imminente scomparsa. Wikipedia Anche in questo gesto finale c’è qualcosa che la dice intera: non aveva bisogno di testimoni. Aveva bisogno che le cose durassero. E aveva fatto in modo che durassero. Lasciò a chi veniva dopo un archivio, delle scuole, una rete, un ente morale, e un figlio.
Quel figlio si chiamava Ernesto.
[3-continua]





