
La scena di Montenero. La geotermia, la bellezza, i servizi
19 Luglio 2026
C’è un modo comodo di raccontare quello che sta accadendo al Monte: da una parte i buoni, quelli che guardano a Milano e alla fusione alla pari; dall’altra i cattivi, quelli che guardano a Torino e all’offerta di Ca’ de Sass. È una narrazione che ha il vantaggio di non costare nulla. Permette di prendere posizione senza formulare una sola condizione. Ma è costruita su un errore: tratta due architetture finanziarie come se fossero due posizioni morali sul destino di una città. Non lo sono, e vanno misurate per quello che sono.
Cominciamo dal lato che si presume buono. La proposta di Piazza Meda si presenta come fusione alla pari, e la formula fa da sola metà del lavoro persuasivo. Ma “alla pari” è un aggettivo, non una garanzia. Il gruppo di Castagna ha formulato un invito a negoziare per una fusione concordata alla pari, stimando un terzo polo da oltre 50 miliardi di capitalizzazione teorica: un’ipotesi che al momento non ha corrispettivo definito, né concambio definitivo, né documento d’offerta. Mettere a confronto una proposta scritta con un’intenzione dichiarata non è un confronto: è una preferenza travestita da analisi.
E poi c’è l’aritmetica, che è meno accomodante. Se il rapporto si costruisce sulle capitalizzazioni, la parità riguarda gli azionisti, non le sedi. La banca senese oggi in Borsa pesa più della milanese, eppure nessuno immagina seriamente che il baricentro direzionale della nuova entità scenda verso sud. Sul punto che a Siena dovrebbe interessare — quali funzioni restano, quante persone, con quale mandato sul credito locale — la proposta è muta esattamente quanto l’altra. A questo si aggiunge un dettaglio che rasenta il paradosso: la partecipazione di Crédit Agricole in Banco BPM, oltre il 22%, nella nuova entità si diluirebbe ma non sparirebbe. Chi invoca l’italianità contro l’offerta di Intesa approda a uno schema in cui una banca francese siede stabilmente nel capitale. Infine la sponsorizzazione politica: il disegno del terzo polo è stato tratteggiato soprattutto in ambito leghista, e la protezione politica non è mai una garanzia industriale. È un credito che scade con le maggioranze e che, nel frattempo, si paga in altra moneta.
Passiamo al lato che si presume cattivo, e riconosciamo ciò che va riconosciuto. L’offerta dell’8 giugno è pubblica, quantificata, con un corrispettivo di sedici azioni Intesa più un euro per ogni dieci azioni MPS, un premio dichiarato del 12,5% sui prezzi del 5 giugno e un controvalore di 30,6 miliardi. È rivolta agli azionisti, come un’OPAS deve essere. Chi la contesta sul piano della trasparenza sbaglia bersaglio.
Il problema è di natura diversa, ed è strutturale. Il piano prevede la cessione di un ramo con 635 filiali a Unipol, destinato poi a confluire in BPER, e la nuova entità porterebbe il marchio Monte dei Paschi — ma non più “di Siena”. È la formulazione più limpida che si potesse desiderare del rapporto fra il nome e la sostanza: il nome viene conservato con cura proprio perché la sostanza si sposta altrove. Un marchio che sopravvive alla funzione che lo giustificava non è una continuità, è un’insegna. E il vero oggetto dell’operazione, del resto, non è Siena: è ciò che Siena ha in pancia dopo Mediobanca, la quota in Generali e la posizione nel risparmio gestito che ne discende. La città è il veicolo, non la destinazione, e chi entra in un’equazione come veicolo vi compare come voce residuale. Le rassicurazioni occupazionali, su questo, sono dichiarazioni di gruppo su orizzonte pluriennale: non sono obblighi, e soprattutto non sono locali.
Detto tutto questo, emerge la simmetria che nessuno ha voglia di nominare. In entrambi gli scenari i centri decisionali escono da Siena. In entrambi gli scenari nulla è scritto su Siena. La differenza non sta nella direzione, ma nella velocità e nel numero dei passaggi intermedi. Chi tifa per Milano contro Torino sta scegliendo fra due modi di non essere più la città di una banca. È una scelta legittima, ma va chiamata con il suo nome.
Ed è qui che si arriva al punto vero, quello che il derby serve precisamente a coprire. L’azione dei soggetti locali non è debole: è assente. Non si vede perché non c’è. Nessun atto formale, nessun documento tecnico, nessuna richiesta scritta che fissi condizioni verificabili. C’è una discussione su chi sia il pretendente meno sgradito, che è l’esatto opposto di un’azione, perché chi si schiera ha già dichiarato cosa accetterebbe e ha già consegnato l’unica leva che gli restava. Il tifo è la forma che assume l’impotenza quando vuole sembrare partecipazione.
Le condizioni, invece, sarebbero formulabili in modo puntuale, e sono le stesse per chiunque vinca: permanenza in provincia di funzioni direzionali e non di targhe, con l’indicazione di quali; una soglia occupazionale verificabile e sanzionabile; impegni misurabili sul credito alle imprese del territorio; tutela dell’archivio storico e del patrimonio artistico, che non sono asset negoziabili; chiarezza sul rapporto con la Fondazione, che resta l’unico soggetto locale con una legittimazione azionaria reale.
Lo strumento con efficacia giuridica esiste ed è uno solo. Giorgetti ha indicato che il comitato golden power valuterà se ci siano prescrizioni da fare, escludendo per ora uno stop e prospettando piuttosto una regolazione ex ante, mentre sul piano politico la maggioranza appare divisa e i margini per delimitare l’offerta risulterebbero al momento sottili. Divisione e sottigliezza sono esattamente lo spazio in cui una richiesta territoriale scritta, unitaria e tecnicamente sostenibile potrebbe pesare qualcosa. Va aggiunto un elemento che passa inosservato: quel vaglio non riguarda solo l’offerta oggi sul tavolo. Se domani prevalesse l’ipotesi milanese, la verifica dovrebbe essere identica. Nessuno lo sta chiedendo, ed è la prova provata che il dibattito è stato impostato come tifoseria anziché come controllo.
Quanto alla neutralità del Tesoro, che conserva il 4,86% e dichiara di voler uscire alle migliori condizioni di mercato: si può essere neutrali su chi vince senza esserlo sulle condizioni. La neutralità estesa anche al secondo piano non è imparzialità, è rinuncia.
Resta il calendario, che è la cosa meno opinabile di tutta la vicenda. L’assemblea straordinaria di Intesa sull’aumento di capitale è fissata al 10 settembre; il periodo di adesione è atteso tra la fine di settembre e dicembre. Lì sta la scadenza reale: ciò che non sarà scritto prima dell’apertura delle adesioni non sarà scritto mai. Dopo restano soltanto i comunicati di rammarico, genere letterario nel quale questa città ha ormai raggiunto una maturità stilistica notevole.
La domanda da porre, dunque, non è quale dei due sia il buono. È quale dei due accetti di firmare qualcosa — e, prima ancora, chi qui abbia intenzione di chiederglielo. Se la risposta alla seconda domanda è nessuno, la prima non serve più.





