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Parte seconda — Il rovesciamento e il potere
di pierluigi piccini
Nella prima parte abbiamo visto come a Montenero, respingendo la geotermia, si scelsero due strade a valle — la bellezza e i servizi — e come entrambe, a distanza di un decennio, si siano rivelate fragili: la prima esposta al crollo della domanda e per giunta capace di espellere i propri abitanti, la seconda dipendente da una popolazione che si assottiglia. Resta la terza via, quella sconfitta. È da lì che ripartiamo.
Il rovesciamento
A distanza di un decennio, le due visioni che a Montenero avevano vinto — la bellezza e i servizi — si rivelano le più esposte, perché entrambe dipendono da una domanda esterna che si sta ritirando. La visione sconfitta e disprezzata — la geotermia — mostra invece la propria asimmetria: non perché sia bella o pulita, ma perché sta a monte. Produce un valore d’uso di cui non si smette di aver bisogno e che nessuno può prendere altrove. L’energia si consuma sempre, il calore si consuma sempre; e attorno a essi si tengono i canoni, il lavoro, i redditi, e quindi la popolazione che a sua volta tiene aperti la scuola e la bottega. L’officina può generare il presidio; il presidio, da solo, non genera nulla: si limita a distribuire una vitalità che deve venirgli da altrove. La gerarchia stabilita a Montenero era esatta al rovescio.
E il rovesciamento non è soltanto economico, è anche di segno morale, ed è qui che tocca il punto più profondo. Per decenni la via dell’energia è stata dipinta come il passato: il residuo novecentesco, la scelta di chi non aveva saputo modernizzarsi. Ma la storia ha voluto l’opposto. La geotermia oggi non è arretratezza: è il terreno dell’innovazione contemporanea. È rinnovabile, ed è programmabile là dove il sole e il vento non lo sono; alimenta teleriscaldamento avanzato, agricoltura di precisione, poli tecnologici a forte consumo energetico, ricerca, filiere nuove. Ciò che fu disprezzato come vecchio si rivela il più avanzato; e ciò che fu esaltato come moderno — la conservazione del bello — si rivela il più conservativo nel senso letterale del termine: un modello che vive di ciò che non cambia, che ha bisogno che nulla cambi, e che perciò è strutturalmente ostile all’innovazione. La bellezza deve restare identica a se stessa per potersi vendere; l’industria dell’energia, per esistere, deve innovare di continuo. Il vero conservatore, allora, non è chi produce: è chi contempla.
Chi decide, e perché sceglie la vetrina
Mettiamo ora di fronte a un decisore le tre strade — il turismo e la bellezza, il servizio, l’industria dell’innovazione energetica — e chiediamoci quale sceglierà chi ha in mano le leve. Sceglierà, quasi sempre, la prima. Non perché sia la più solida: abbiamo visto che è la più fragile. Non perché produca più cittadinanza: abbiamo visto che la espelle. La sceglierà perché è la più remunerativa nel breve periodo, la più facile da raccontare, la più gradita a chi già possiede — la rendita immobiliare, la proprietà, la filiera dell’accoglienza — e la meno conflittuale con gli assetti esistenti. La bellezza non chiede di trasformare nulla: chiede solo di conservare e di mostrare. L’industria dell’innovazione chiede visione, investimento, coraggio, e mette in discussione la mappa del prestigio. Chi guarda al consenso immediato e alla protezione di chi già conta preferirà sempre la vetrina all’officina, anche quando la vetrina si sta svuotando.
Ed è qui che l’espulsione dei più poveri e il rifiuto dell’innovazione si rivelano due facce di una sola scelta. Un modello che seleziona i residenti in base al censo è lo stesso che seleziona lo sviluppo in base a ciò che non disturba la rendita. Non sceglie il turismo malgrado quegli effetti, ma proprio per essi: perché un territorio più caro e più conservato è, insieme, più redditizio per chi possiede e più docile per chi governa. La posta, allora, smette di essere soltanto economica e diventa democratica. Perché tra un modello che, per reggersi, deve espellere cittadinanza e rifiutare innovazione, e un modello che, producendo energia pubblica, tiene insieme lavoro, comunità e futuro, la scelta “giusta” per il territorio non è affatto quella verso cui il potere tende. E il fatto che vi tenda dice che il criterio della decisione non è il bene dei luoghi, ma la conservazione di un ordine — sociale, immobiliare, simbolico — di cui quel potere è insieme espressione e garante.
Il potere istituzionale, e l’alibi della politica
È a questo punto che il rovesciamento incontra il potere istituzionale, e si capisce perché ciò che appare come umore o marginalizzazione sia in realtà un fenomeno strutturale. Non parlo di un comando occulto, ma di qualcosa di più ordinario e per questo più efficace: il potere che si esercita per via istituzionale ai diversi livelli — dal comune all’unione dei comuni, dalla provincia alla regione, fino ai tavoli nazionali ed europei dove si assegnano i fondi e si fissano le priorità. È un potere articolato, distribuito lungo una scala, e proprio la sua articolazione lo rende decisivo: perché consente di sostenere o di trascurare un territorio attraverso atti perfettamente regolari — una programmazione, un bando, un criterio di riparto, una graduatoria, un silenzio — senza che nulla appaia mai come un’ostilità deliberata.
Immaginiamo — ed è più che un’ipotesi — che chi a suo tempo fece la scelta della bellezza e quella dei servizi presidii oggi quei livelli, o vi eserciti un’influenza prevalente. Che cosa accadrà, di fronte a un territorio vicino che aveva scelto la via opposta e che ora si rivela più solido? Non un attacco, ma un mancato riconoscimento: la sua riuscita non entrerà nei documenti di programmazione come un modello da estendere, non diventerà il criterio con cui si distribuiscono le risorse, non sarà additata come esempio. Resterà un caso locale, un’eccezione, qualcosa che accade ma non fa scuola. E questo non per malanimo dei singoli, ma per una logica di autoconservazione del sistema: perché elevare quel territorio a modello significherebbe riconoscere che la scelta fondativa opposta — quella su cui poggia la legittimità di chi governa quei livelli — era l’errore.
La cosa diventa ancora più acuta quando la via produttiva rifiutata è, per di più, pubblica: quando l’energia della terra non arricchisce un privato che estrae e se ne va, ma arriva davvero alle case dei cittadini e alle industrie, si fa teleriscaldamento, bolletta più bassa, calore per le fabbriche, condizione stessa di uno sviluppo ulteriore. Allora quel territorio non è più soltanto una smentita simbolica: è un contro-modello tangibile, che funziona sotto gli occhi di tutti. E un contro-modello pubblico che funziona è, per un potere istituzionale che ha costruito la propria narrazione su altre scelte, la circostanza più scomoda, perché dimostra ai cittadini che un’altra strada non solo era possibile, ma dava frutti concreti e collettivi. Contenerlo non richiede alcuna congiura: bastano gli strumenti ordinari dell’amministrazione, quelli con cui si decide dove va l’attenzione e dove vanno le risorse — e dove non vanno.
E qui arriva la maschera. Un conflitto di questo genere non si presenta mai per quello che è. Si traveste da politica: diventa contrapposizione di parte, divergenza tra schieramenti, dialettica di appartenenze, e come tale viene raccontato e archiviato. Ma la politica, qui, è soltanto l’alibi. La verità non sta nelle bandiere: sta nelle scelte di sviluppo compiute un tempo e nelle scelte allocative compiute oggi. Sta nel fatto che un modello in declino difende se stesso attraverso le istituzioni che controlla, negando ossigeno a chi ha imboccato il modello che lo smentisce. E la prova più netta è la più concreta di tutte, quella dell’investimento. Quando ci sarà da investire — da destinare risorse, opere, priorità lungo quella scala di livelli — non si investirà là dove oggi si va rivelando che la scelta giusta era stata fatta. Si investirà, al contrario, dove occorre puntellare i modelli che cedono, perché quello è il terreno che legittima chi comanda. Il denaro seguirà la narrazione, non i fatti: sosterrà la bellezza che non vende e il presidio che si svuota, e sfuggirà alla produzione che regge, precisamente perché la produzione che regge, se aiutata, diventerebbe la dimostrazione lampante che a Montenero si scelse dalla parte sbagliata. È il paradosso finale, e il più costoso per tutti: si nega l’investimento a ciò che funziona per non dover ammettere che funziona.
La condizione, e la sentenza
Resta un’ultima cosa da dire, per onestà e perché il ragionamento non diventi un rovesciamento consolatorio. La via a monte è un vantaggio reale a una sola condizione: che il valore prodotto resti, almeno in parte, nel luogo che ne sopporta il costo — che diventi lavoro qualificato, servizi, reinvestimento, potere contrattuale — e non si limiti a transitare lasciando a terra soltanto l’impatto. La vera linea di demarcazione non passa tra chi produce e chi contempla, ma tra chi trattiene e chi cede il valore. Una risorsa governata come puro prelievo è fragile quanto un’immagine invenduta. Ma è proprio questa la partita che a Montenero non si volle nemmeno giocare: rifiutando in blocco la via produttiva, si rinunciò in partenza a chiedersi come governarla, come trasformarla da estrazione in patto. Si preferì l’eleganza del no alla fatica del come. E oggi quella fatica risparmiata torna come un conto, perché il territorio che quella strada non l’ha rifiutata è lì a ricordare che la scelta c’era, e che si poteva fare diversamente.
Far risalire a Montenero le tre visioni — la produzione contro la bellezza e contro il servizio — significa allora capire che la difficoltà odierna non è cronaca del presente, ma la maturazione di un verdetto pronunciato più di dieci anni fa. Là si decise quale idea di ricchezza fosse legittima e quale no, e da quella decisione discende oggi l’imbarazzo di riconoscere che l’idea dichiarata illegittima si sta rivelando la più solida — e insieme la più giusta, perché è la sola che non chiede a un territorio di espellere i propri abitanti né di rinunciare all’innovazione per sopravvivere. I nodi che arrivano al pettine non sono nuovi: sono quelli annodati a Montenero, quando si scelse di appendere il futuro di un territorio all’immagine e al presidio, e di voltare le spalle a chi proponeva di appenderlo a ciò che dal sottosuolo si produce e alle case dove quel calore arriva. La scena si chiuse allora con un no. Il tempo, che è il solo giudice imparziale delle scelte di sviluppo, sta scrivendo la sua sentenza. E non è quella che a Montenero fu data per definitiva.
Fine





