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Una raccolta di poesie, un disco: «Dico cose piuttosto tragiche in modo molto dolce»
di Stefano Montefiori
PARIGI La guerra incombe, ma non ci sono più le forze per averne davvero paura perché comunque l’umanità sta finendo, presto sostituita da qualcos’altro, forse le macchine, forse ibridi uomo-macchina, forse il nulla. È una guerra inevitabile, vaga, che dilaga a Nord, oppure a Est, forse una guerra civile, ma la questione non è geopolitica. Esistenziale, semmai. Questo sentimento atmosferico di apocalisse è espresso in arte da Michel Houellebecq, che dice di sé «sono capace di dire cose piuttosto tragiche, in una maniera molto dolce», centrando forse in modo definitivo l’essenza della sua poetica.
Il ritorno del grande autore francese arriva a giorni con una raccolta di poesie e un album di canzoni. I versi di Combat toujours perdant (Flammarion) e i testi di Souvenez-vous de l’homme (Houellebecq li legge sopra la musica di Frédéric Lo) sembrano appartenere alla stessa sfera emozionale: la lotta persa in partenza e l’appello ricordatevi dell’uomo, rivolto a chi ci succederà, evocano entrambi guerra, come si è detto, fine del mondo, estinzione di una specie intera. Esiti talmente inesorabili da non provocare neanche disperazione, né strazio, né paura.
Il sentimento prevalente è una triste ma anche dolce rassegnazione, in fondo non c’è mai stata davvero la convinzione che le cose potessero finire in un altro modo. Siccome siamo umani, una immotivata, quasi automatica speranza talvolta affiora comunque. In un breve testo in prosa, tra tante poesie, Houellebecq riflette sulla «tortura che ci viene inflitta da qualsiasi cerimonia funebre, e che raggiunge l’intollerabile quando si tratta di una cerimonia cattolica». Tempo fa lo scrittore ha provato a convertirsi al cattolicesimo, invano, e quindi non è la fede a sorreggerlo: «No, questo cadavere che amiamo non rinascerà, il suo destino è di marcire, ciascuno dei suoi lembi di carne si decomporrà fino a che non resterà più che uno scheletro, che a sua volta si sbriciolerà fino a trasformarsi in polvere». Eppure, gli uomini non riescono a non chiedersi «è davvero impossibile che questo corpo si riformi e torni a vivere tra noi? (…) Quel che è stato creato una volta, è impensabile che possa essere creato di nuovo? Ogni volta che varchiamo le porte di un cimitero, nutriamo al fondo di noi stessi questa inconfessabile speranza».
Noi umani, così imperfetti e obsoleti. Facciamo tenerezza, in fondo, e questo sentimento — che ha sempre accompagnato anche le opere più dure di Houellebecq — domina pure gli ultimi lavori. «Aspettando l’invasore», scrive Houellebecq, «Ci raduniamo lungo gli argini/ sul bordo della paura/ nella struggente dolcezza/ dei lunghi rimpianti che ci sommergono».
Non manca l’Houellebecq osservatore degli aspetti assurdi della società contemporanea, che quindi sotto il titolo Forza, acquirenti! pubblica una mappa del suo amato XIII arrondissement di Parigi, con l’annuncio immobiliare di un appartamento di 67 metri quadrati in vendita per 485 mila euro. «Amo, negli agenti immobiliari, il loro ottimismo: non credo sia forzato (…). L’appartamento è situato al 2° piano (su 33); va già bene, avrebbe potuto essere al primo», e poi «tralasciamo la menzogna rituale che sottolinea la convivialità del quartiere, il suo carattere animato e allegro: esistono in realtà poche arterie altrettanto funebri in Europa quanto boulevard Vincent Auriol». Tralasciamo la menzogna «perché l’asilo Capucine et Papillons esiste, o almeno dà l’impressione di esistere».
Questa cieca insistenza di molti umani nell’aggrapparsi al lato positivo delle cose, o a inventarselo, sembra uno dei motori dell’arte di Houellebecq, che in fondo si mostra affezionato ai suoi simili. L’invocazione «Ricordatevi dell’uomo», che dà il titolo all’album, contenuta nella canzone Cavalcavano il vento, è rivolta ai successori della specie umana: «È una canzone piuttosto gentile nei confronti di noi uomini, perché ai nuovi arrivati dico “ricordatevi di noi”, in fondo non avevamo solo difetti», ha detto Houellebecq durante la presentazione dell’album alla tv Bfm.
«Paura della guerra? No, onestamente sono troppo vecchio per avere paura (Houellebecq sta per compiere 70 anni, ndr). Piuttosto, il sentimento di non comprendere bene quello che sta succedendo. Accade qualcosa di grave, ma non sappiamo bene che cosa. È una sensazione che provo spesso, e che ho provato a esprimere. Non abbiamo mai vissuto un’epoca così problematica. Certi sviluppi possibili erano presenti nella fantascienza che leggevo da ragazzo, ma appunto era fantascienza. L’intelligenza artificiale, per esempio, la possibilità di creare ibridi uomo-macchina o di modificare geneticamente gli umani… Non sappiamo che cosa ne uscirà fuori, se sarà positivo o no». Houellebecq dice che il suo ruolo di profeta lo ha un po’ stancato. Aspetta il futuro imminente con tranquilla curiosità, affezionato a quel che di migliore c’era negli umani: «No, questa vita non è sufficiente — scrive —, non può contenere la millesima parte dei nostri sogni».





