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“Museum in Motion.” Il museo si muove. Le luci sono calde. C’è il jazz. C’è il Chianti di Castello di Albola. C’è la direttrice. C’è il sindaco. C’è il colonnello della Guardia di Finanza — perché quando c’è cultura, c’è sempre un colonnello.
Nel frattempo, a Milano, la Veneranda Biblioteca Ambrosiana ha appena superato mezzo milione di visitatori. In quattro anni da 60.000 a 500.000. Dentro ci sono: la lettera di Galileo a Federico Borromeo, gli autografi di Ariosto, la corrispondenza tra Lucrezia Borgia e Pietro Bembo, un foglio manoscritto della Summa contra Gentiles di Tommaso d’Aquino, il cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello, la Canestra di Caravaggio. Niente jazz. Niente Chianti.
A Siena ci sarebbe il materiale per fare qualcosa di simile — o quasi. Anzi, di più. Basterebbe mettere insieme quello che già esiste e che nessuno ha mai avuto il coraggio, o la visione, di unire.
C’è la Biblioteca e Fototeca Giuliano Briganti, nello stesso edificio del museo: 18.000 volumi, 50.000 fotografie, il Burlington Magazine completo in tutte le annate, i cataloghi Christie’s e Sotheby’s dall’Ottocento, l’archivio fotografico di Eduard Safarik direttore della Galleria Doria Pamphilj e della Colonna. Il fondo di uno dei più grandi storici dell’arte italiani del Novecento, allievo di Pietro Toesca. Quasi nessuno sa che esiste.
C’è la Biblioteca degli Intronati, con il suo Gabinetto di disegni e stampe: 10.000 disegni, 28.000 stampe, fondi di fotografie e lastre, una biblioteca specializzata in storia dell’arte senese. C’è la Biblioteca umanistica dell’Università, con il Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni culturali che forma storici dell’arte, archeologi, specialisti in beni storico-artistici. C’è l’Accademia Chigiana, con il suo archivio musicale. C’è l’Opera Metropolitana del Duomo.
Metti tutto insieme. Crea un polo bibliotecario specializzato in storia dell’arte medievale e senese. Non dico la biblioteca del Kunsthistorisches Institut di Firenze, dove i ricercatori di mezzo mondo fanno la fila per entrare. Ma quasi. Uno spazio dove uno studioso che lavora su Duccio, su Simone Martini, sui Lorenzetti, sul Sassetta, su Lippo Vanni — trovi tutto in un posto solo. Dove venga a Siena perché non può non venire a Siena.
Era già scritto. Era nel progetto che costruimmo per il Santa Maria della Scala. Nel 1998 il Comune acquistò la Biblioteca e Fototeca Briganti — il primo tassello di un polo che avrebbe dovuto crescere. Finì nel 2001 il mandato, e con lui la proposta. Da allora, ventiquattro anni di silenzio — e le biblioteche sono rimaste dove stavano, disperse, invisibili, ciascuna per conto suo. La Briganti comprata e sola. Un investimento senza seguito.
Invece si lavora sulle luci calde e sul Chianti. Il corridoio “sembrava più breve” grazie non solo alla musica. E trecento persone, a Siena nel 2026, si chiama successo.
“Il museo non era solo visitabile: era abitabile.” Abitabile. Come un bilocale con le travi a vista. Lippo Vanni, impassibile, aspetta. Ha aspettato i Visconti, la peste, Napoleone. Ne ha viste di peggio. Ma non molto di peggio.
Pierluigi Piccini


