
Lo Stretto e il Rublo
13 Marzo 2026
Dalla spesa ai biglietti aerei l’onda lunga dei rincari bellici
13 Marzo 2026Dal palco di un comizio, Giorgia Meloni ha detto che se vince il No al referendum ci saranno stupratori e pedofili in libertà. L’ha detto con la sicurezza di chi sa che una frase del genere non ha bisogno di essere vera per funzionare. Basta che faccia paura.
È un vecchio mestiere, quello di trasformare una riforma costituzionale complessa in un’immagine elementare e terrorizzante. La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante — questa è la posta reale del referendum — è una questione tecnica e politica su cui si può essere favorevoli o contrari con argomenti seri da entrambe le parti. Scegliere di rappresentarla come il portone spalancato ai predatori sessuali non è semplificazione: è un’altra cosa. È la rinuncia deliberata al ragionamento in favore dell’istinto.
Il problema non è solo di stile, anche se lo stile conta. Questo modo di stare nel dibattito pubblico produce un effetto preciso: rende impossibile la discussione. Chi vota No diventa complice degli stupratori. Chi vota Sì difende i bambini. Lo spazio per ragionare sulla riforma, sui suoi pregi e sui suoi difetti reali, sulle conseguenze concrete per l’assetto della giustizia italiana, si chiude prima ancora di aprirsi.
Dal fronte governativo arrivano nel frattempo rassicurazioni sulla tenuta del consenso: il Sì starebbe rimontando, e senza la riforma il paese rischierebbe l’instabilità. Può darsi. I sondaggi in prossimità dei referendum italiani sono notoriamente inaffidabili, e l’astensionismo ha sempre il suo peso specifico. Ma la rimonta, se c’è, non è il punto. Il punto è come si costruisce il consenso intorno a una scelta che riguarda l’architettura della Repubblica.
La stessa serata ha prodotto un altro momento significativo, quasi inghiottito dalla velocità del ciclo mediatico: dal palco, fuori programma, è arrivata un’attesa esplicita per le dimissioni di Mattarella. In altri tempi avrebbe fatto più rumore. Attaccare il Presidente della Repubblica durante una campagna referendaria su una riforma della giustizia dice qualcosa sulla tensione istituzionale che attraversa questo momento politico — una tensione non nuova, ma che nominarla così, pubblicamente, dal palco di un comizio, porta su un piano diverso dalla normale dialettica.
Rimane una domanda che vale la pena fare: perché una forza politica che governa con una maggioranza solida sente il bisogno di alzare così tanto i toni? La separazione delle carriere era già nel programma del centrodestra, la riforma è stata portata avanti, il referendum è stato indetto. Si potrebbe vincerlo anche spiegando i contenuti. Invece si sceglie l’evocazione del pericolo, il nemico concreto e orribile, la paura come collante elettorale.
Una risposta possibile è che la paura funziona sempre, anche quando non è necessaria. Un’altra è che alzare i toni serve a compattare un elettorato che su altri fronti — economia, lavoro, costo della vita — comincia a fare domande scomode. Una terza, meno benevola, è che dopo anni di opposizione il registro dell’emergenza sia diventato l’unico registro disponibile, anche adesso che si governa.
Qualunque sia la ragione, il risultato è lo stesso: una campagna referendaria su una riforma seria si trasforma in un appello alle viscere. E il paese, ancora una volta, viene chiamato a votare su qualcosa che non gli è stato spiegato, ma solo mostrato — nella versione più distorta e spaventosa possibile.





