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C’è un’Italia che in queste ore aspetta: aspetta che Rubio entri da Leone XIV in Vaticano, aspetta che Sempio risponda ai pm di Pavia, aspetta che qualcuno — in qualsiasi storia — dica finalmente la verità. È una condizione quasi metafisica, questa sospensione, eppure è anche la più concreta delle condizioni politiche: un paese che si guarda allo specchio e non riesce a mettere a fuoco l’immagine.
Cominciamo da Roma, dal Vaticano e da quello che i giornali chiamano, pudicamente, il «disgelo». Marco Rubio è in città per incontrare Papa Leone XIV, il cardinale Parolin, i ministri Tajani e Crosetto e, il giorno dopo, Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. La parola «disgelo», come ho scritto ieri a proposito dell’Iran, nasconde sempre un rapporto di forza. In questo caso è straordinariamente chiaro: per la prima volta è Washington a inviare un emissario per ricucire un rapporto che lei stessa ha incrinato. Trump aveva attaccato Meloni perché non aveva sostenuto la guerra in Iran; aveva attaccato Leone XIV perché il Papa si era espresso contro quella stessa guerra. Ora manda il suo segretario di Stato a fare ammenda. Il tono è quello della riparazione, non della negoziazione. La visita diventa una verifica del rapporto tra Italia e Stati Uniti, con Palazzo Chigi chiamato a tenere insieme fedeltà atlantica e autonomia di giudizio. Euronews + 2
È una partita che l’Italia non sa ancora come giocare. Da decenni rivendica un «ruolo di ponte mediterraneo» senza mai esercitarlo davvero. Questa settimana, forse, potrebbe essere diversa. Ma il condizionale, con questo governo, è quasi sempre d’obbligo.
A Gemona, nel frattempo, Mattarella ha parlato nel giorno del cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli. Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, il Presidente ha richiamato il patto di non lasciarsi fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione. È una voce che viene da un’altra stagione della storia italiana — quella in cui le parole «solidarietà» e «coesione» non erano ancora diventate tecnicismi burocratici. Una voce necessaria, proprio perché sempre più rara. Avvenire di Calabria
E poi c’è Garlasco. Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso che ha ossessionato l’Italia più di qualsiasi altro processo degli ultimi decenni torna a spalancarsi. La Procura di Pavia ha svelato le carte e mostrato tutti gli elementi raccolti contro Andrea Sempio in circa tre ore e mezza: dna, intercettazioni ambientali, l’impronta 33 sul muro delle scale, l’alibi dello scontrino messo in discussione. Sempio ha ascoltato tutto in silenzio e si è avvalso della facoltà di non rispondere. La sua difesa definisce le prove «tutte spiegabilissime». La Procura dice che le indagini non sono ancora chiuse. Sky TG24
La novità più clamorosa arriva nella forma discreta di un’intercettazione ambientale: Sempio, parlando da solo in macchina, avrebbe detto di aver chiamato Chiara prima del delitto, di aver tentato un approccio e che lei avrebbe risposto «non ci voglio parlare con te» attaccando il telefono. La difesa spiega che stava commentando le trasmissioni televisive sul caso. Non è la prima volta che il confine tra la realtà e il racconto di sé diventa la questione centrale di un processo italiano. Adnkronos
Nel frattempo Marco Poggi, fratello di Chiara, il cui amico è l’indagato, conferma la fiducia nell’amico. Alberto Stasi, condannato in via definitiva, è ancora in carcere. L’avvocata di Stasi chiede la revisione del processo se ci sono prove nuove. Tutto si muove, tutto si tiene, niente si conclude.
È forse questo il filo che unisce le tre storie di oggi: la visita di Rubio (un rapporto che sembrava concluso e si riapre), il discorso di Mattarella (un patto che sembrava scontato e va rinnovato), il caso Sempio (una verità che sembrava assestata e torna in discussione). L’Italia del 7 maggio 2026 è un paese in cui nulla è davvero finito, e nulla è davvero cominciato. Un paese in attesa di se stesso.





