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Ci siamo. Il congresso provinciale del Partito democratico di Siena si avvicina e con lui arriva, puntuale come una cambiale in scadenza, la conta interna che qualcuno sperava di poter rinviare ancora un po’. Ma i nodi vengono al pettine, si sa, e certi equilibri reggono fino a quando non reggono più.
La partita è a tre — per ora. Fabrizio Nepi, Nico Bartalini, Giacomo Bassi. Tre nomi, tre sensibilità, tre pezzi di un Pd provinciale che negli ultimi anni ha tenuto il fronte elettorale pur perdendo, e non è un dettaglio, per due volte consecutive il capoluogo. Risultati da partito vivo, certo, ma anche segnali da partito che scricchiola nei gangli più profondi, quelli della partecipazione, della militanza, del radicamento sociale.
Nepi è il nome più istituzionale, quello che pesa di più sulle bilance di chi conta. Ex presidente della Provincia, sindaco in carica di Castelnuovo Berardenga, gode di un endorsement che viene dall’alto, da quella politica nazionale che a Siena continua ad avere occhi e interessi. Peccato che l’entusiasmo del diretto interessato sembri, almeno per ora, più sobrio di quello dei suoi sponsor. Il che non è un buon segno: i candidati che non bruciano dall’interno raramente infiammano le platee.
Bartalini è il nome giovane, quello a cui qualcuno guarda come si guarda a una scommessa interessante. Consigliere comunale a Torrita di Siena, parla il linguaggio giusto — protagonismo generazionale, apertura verso chi si è mobilitato per il referendum sulla Costituzione, domanda a sinistra da intercettare. Parole che suonano bene. Il problema è che suonano anche un po’ già sentite, e che la sua fortuna di essere giovane e fresco rischia di essere anche il suo limite se non riesce a mostrarsi sufficientemente autonomo rispetto alle correnti che lo sostengono. Un segretario non può essere percepito come la proiezione di qualcun altro.
Bassi è il candidato della rottura, almeno nelle intenzioni. Con il documento “Radici nel futuro” firma un atto d’accusa netto contro un Pd che si sarebbe chiuso attorno ai destini di poche persone, perdendo la sua funzione di luogo di elaborazione collettiva per diventare, di fatto, un comitato elettorale con tessere. L’analisi non è del tutto sbagliata. La questione è che la critica al correntismo, quando viene da dentro il medesimo sistema, rischia di apparire tattica prima che visionaria. Bassi assicura di essere disposto a farsi da parte di fronte a una proposta unitaria convincente — ma questa disponibilità così esibita è essa stessa una mossa politica, e i più smaliziati lo sanno.
Il nodo vero, che nessuno dei tre ha ancora sciolto davvero, è questo: cosa vuol fare il Pd senese nei prossimi anni? Non chi vuol guidarlo — questo è il problema di secondo livello — ma dove vuole andare. La provincia di Siena è un territorio in trasformazione silenziosa: ospedali, lavoro, marginalizzazione delle aree interne, dinamiche demografiche preoccupanti, una città capoluogo che continua a guardarsi allo specchio invece di guardare fuori. Su tutto questo il dibattito congressuale, almeno fin qui, si è mosso sulla superficie.
Andrea Valenti lascia un partito in ordine, con ottimi numeri in termini elettorali, ma con una macchina organizzativa che gira a vuoto quando non c’è una campagna da fare. È un merito e insieme una delle critiche più serie che si possono rivolgere alla gestione degli ultimi anni.
Ora tocca ai tre candidati — o a chi eventualmente si aggiungerà entro il 23 aprile — dire qualcosa di vero. Non di nuovo, necessariamente. Di vero.





