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12 Aprile 2026Il cinabro e la patria. La miniera del Siele e le famiglie che fecero l’Italia dal basso
I. La pietra rossa e i suoi proprietari
Torno su questo argomento perché me lo chiedono. Me lo chiedono in molti, in giro, ogni volta che ne parlo — a Piancastagnaio, a Siena, nei contesti più diversi. C’è qualcosa in questa storia che prende le persone, che non le lascia andare, e che però non riesce a trovare il posto che merita nella memoria collettiva. La miniera del Siele, le famiglie Rosselli e Nathan, il filo che porta da un torrente amiatino al Risorgimento italiano, alle case clandestine di Londra e Lugano, alla battaglia per i diritti delle donne, alla sindacatura di Roma — tutto questo è al tempo stesso grandioso e semisconosciuto. Nonostante gli sforzi che via via sono stati fatti per portarlo alla luce: dai ricercatori del Parco Museo delle Miniere, dagli storici come Zeffiro Ciuffoletti, dalla ricerca recente di Marina Calloni che ha ricostruito la vicenda con pazienza archivistica in volumi italiani, europei e americani, dagli incontri organizzati al villaggio minerario. Nonostante tutto questo, la storia rimane ai margini di quella che dovrebbe essere la sua collocazione naturale: al centro.
Allora ci riprovo. Non per completezza enciclopedica, ma perché alcune storie hanno il diritto di essere dette e ridette finché non entrano davvero nella testa della gente.
C’è un luogo in cui la storia d’Italia più profonda si è depositata nel corpo della terra. Si chiama Siele, è una gola tra i boschi di Piancastagnaio, e per oltre settant’anni ha estratto dal sottosuolo non solo il mercurio ma qualcosa che va ben oltre: la prova che imprenditoria, visione civile e coscienza etica possono coincidere. Che questa coincidenza può avere un nome di famiglia. Un nome di donna, per essere precisi. Ma ci arriveremo.
Nel 1841, il pastore Domenico Conti, detto Mecone, portando al pascolo le proprie pecore in località Diaccialetto, fu colpito da alcuni pezzi di cinabro nel letto del Siele e decise di venderli come colorante al farmacista di Pitigliano, appartenente alla locale comunità ebraica. Questi li fece visionare a Cesare Sadun, importante commerciante ebraico, cognato dei fratelli Angelo e Salomone Modigliani di Livorno, già da tempo impegnati nel commercio del mercurio estratto dalla miniera spagnola di Almaden. Pierluigipiccini Così comincia — da un sasso rosso raccolto in un torrente — una delle storie più singolari del capitalismo e del patriottismo italiani dell’Ottocento.
I Modigliani e il Sadun costituirono il 5 dicembre 1846 a Livorno, con un capitale di 80.000 lire, la “Società Industriale Stabilimento Mineralogico Modigliani”. Pierluigipiccini L’impresa faticò, fallì, e nel 1865 Emanuele Rosselli, agiato commerciante livornese, acquistò lo stabilimento all’asta dal tribunale di Livorno. Da quel momento, per oltre settant’anni, il Siele fu dei Rosselli e dei Nathan.
Con la costituzione nel 1867 della ditta “Angelo Rosselli” e con l’ingresso nella società di Sara Levi Nathan, vedova di un ricco banchiere londinese e importante figura del Risorgimento italiano per i suoi rapporti con Giuseppe Mazzini, iniziò il vero decollo produttivo della miniera. Parcoamiata Non era solo un’iniezione di capitali. Era l’arrivo di una presenza che portava con sé qualcosa di più dei denari: una rete, una visione, un’autorevolezza costruita su decenni di lavoro politico clandestino che la storia ufficiale ha preferito non vedere, o non sa come raccontare.
La miniera Rosselli-Nathan conobbe negli anni seguenti un notevole balzo produttivo: la costruzione dei nuovi forni Cermak-Spirek, l’introduzione della macchina a vapore, la scoperta di un ricco filone cinabrifero alle Solforate e la forte crescita del prezzo del mercurio sui mercati diedero un impulso decisivo allo sviluppo dello stabilimento, con l’occupazione che superò nei primi anni del Novecento le trecento unità. Parcoamiata Non era solo un’azienda: era un villaggio autosufficiente, con abitazioni per i tecnici, una scuola elementare, una cappella, uno spaccio, un’infermeria, un ufficio postale. La miniera organizzava la vita, non solo il lavoro. Tra i Rosselli che gestirono direttamente lo stabilimento, il nome di Raffaello rimane inciso nella roccia in modo letterale: il pozzo più profondo dell’intera miniera, trecentocinquanta metri sotto il suolo, porta ancora il suo nome. Raffaello scrisse anche, nel 1890, una memoria tecnica sulla miniera per gli Atti della Società Toscana di Scienze Naturali: il proprietario che studia ciò che possiede, che guarda il cinabro con occhi scientifici oltre che imprenditoriali.
Ma per capire davvero cosa fu il Siele, e cosa furono i Rosselli e i Nathan nell’Italia che si stava costruendo, bisogna fermarsi su quella donna che entrò in società nel 1867 portando i suoi capitali e la sua storia. Bisogna fermarsi su Sara. Perché Sara Levi Nathan non era la vedova di un banchiere. Era una delle artefici invisibili dell’Unità d’Italia.
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