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C’è una differenza tra non avere una strategia e avere una strategia sbagliata. La seconda è recuperabile. La prima no. È questa la condizione in cui si trova oggi la politica estera italiana. Non una strategia fallita. L’assenza di una strategia.
Meloni ha costruito la propria posizione internazionale su un principio che sembrava solido: la prossimità personale come leva diplomatica. Un asse con Trump che nessun altro leader europeo poteva vantare, un atlantismo che rassicurava la NATO, una collocazione europeista di facciata che impediva l’isolamento a Bruxelles. Non era una dottrina. Era una rete di relazioni tenute insieme dalla personalità della premier. Ha funzionato finché ciascuno aveva bisogno di lei. Ha smesso di funzionare quando ciascuno ha smesso di averne bisogno.
La rottura con Trump è arrivata per via obliqua: il rifiuto di Sigonella, la presa di distanza sull’Iran, la difesa di Papa Leone XIV definendo “inaccettabili” gli attacchi del presidente americano. Trump ha risposto dichiarando di essere “scioccato dalla mancanza di coraggio” della premier. Sul piano interno la rottura si è rivelata un’opportunità — i sondaggi sono saliti fino al 45% — ma questo è il problema. Una politica estera che produce consenso litigando con un alleato non è una politica estera. È comunicazione. E la comunicazione, da sola, non costruisce nulla di duraturo.
Le contraddizioni accumulate in questi mesi non sono frutto di calcoli sbagliati. Sono il sintomo di una bussola che non esiste. La Corte Penale Internazionale ha confermato i mandati di arresto per Netanyahu per crimini di guerra. L’Italia è firmataria dello Statuto di Roma. Eppure il ministro israeliano Sa’ar, dopo aver incontrato Tajani e Nordio, ha dichiarato che “non c’è nessun problema per chiunque venga a Roma, nemmeno per Netanyahu.” Ad aprile 2026 il memorandum militare Italia-Israele è stato rinnovato in automatico. Netanyahu ha sorvolato indisturbato i cieli italiani più volte, e Tajani ha dichiarato di non sapere le rotte. Gli aerei di Stato non volano senza coordinamento diplomatico. Quella non-conoscenza è anch’essa una scelta.
Nello stesso arco di tempo, Meloni difendeva il Papa rivendicando che nessuna fedeltà personale possa cancellare la libertà di coscienza. Parole giuste. Ma come si concilia quella difesa con il silenzio su Gaza? Come si invoca il diritto internazionale a protezione del Vaticano e lo si ignora quando si tratta di cooperare con la Corte dell’Aia? In assenza di una dottrina, le scelte vengono fatte caso per caso, seguendo la convenienza del momento. Il risultato è una politica estera che somiglia a un arcipelago di posizioni incompatibili. Ogni isola ha la sua logica. L’arcipelago non ne ha nessuna.
Sull’Ucraina il quadro non migliora. Meloni ha ribadito il sostegno a Kiev allineandosi all’Europa. Corretto. Ma viene dopo mesi di ambiguità su quel dossier, durante i quali Trump ha potuto interpretare la relazione bilaterale come distanza dall’Europa. Ora l’Italia si ritrova né carne né pesce: non abbastanza autonoma da essere un interlocutore europeo autorevole, non abbastanza filo-americana da mantenere il canale con Washington. Il mediatore che ha perso entrambe le sponde non è un mediatore. È un isolato.
Ed è qui che la lezione ungherese diventa illuminante. Orbán ha costruito per un decennio e mezzo un sistema fondato sulla stessa logica: relazioni personali con i leader giusti al posto di principi verificabili, sovranismo retorico al posto di una visione. Era il modello. Poi Magyar ha vinto le elezioni e il mito si è incrinato. La lezione non è che il sovranismo perde sempre. È che i sistemi privi di una bussola autentica accumulano fragilità invisibili — reggono finché il vento soffia nella direzione giusta, crollano quando cambia perché non c’è nulla a cui aggrapparsi.
Difendere il Papa da Trump è stato un gesto, non una politica. Costruire una posizione italiana coerente nel sistema internazionale che sta emergendo richiederebbe scelte vere, costose. Ed è su quel terreno che il governo italiano ha scelto, sistematicamente, di non scegliere. Una politica estera senza strategia dice agli interlocutori che l’Italia reagisce ma non progetta. È il destino delle medie potenze che rinunciano ad avere una visione.
Le rinunce, in politica estera, non restano mai senza conseguenze. E la più costosa è la rinuncia a sapere cosa si vuole essere.





