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IV. Ernesto Nathan, e il 1938
L’eredità di Sara non si disperse. La raccolse soprattutto Ernesto, quinto dei dodici figli, cresciuto in quelle case dove Mazzini aveva dormito e Carlo Cattaneo era morto, formato da un istitutore scelto tra i collaboratori più fidati del padre del Risorgimento, educato alla laicità e all’etica pubblica come si educa alla fede — con ostinazione quotidiana, per contagio domestico. Ernesto Nathan non poteva che diventare quello che diventò. Ebreo, laico, cosmopolita, repubblicano-mazziniano: dal 1907 al 1913 guidò Roma con un’amministrazione che gli storici giudicano tra le migliori che la Capitale abbia mai avuto. Grande Oriente d’Italia
Era il primo sindaco di Roma estraneo alla classe dei proprietari terrieri e dei notabili che avevano gestito la città come feudo personale. E lo dimostrò subito, nei fatti e nelle scelte. Nel 1909 approvò il primo piano regolatore della città, che definì le aree da urbanizzare fuori le mura tenendo conto che il 55% delle aree edificabili era in mano a soli otto grandi proprietari. Promosse la municipalizzazione del servizio tranviario e dell’energia elettrica. Grande Oriente d’Italia Aprì centocinquanta asili comunali per l’infanzia, dotati di refezione, laboratori, palestre, servizio sanitario e biblioteche. Costruì case popolari. Combatté la speculazione edilizia. Si scontrò con il Vaticano con una franchezza che gli valse ammirazione e nemici in eguale misura — la naturale continuazione dell’anticlericalismo laico respirato in casa Nathan fin dall’infanzia londinese, quella stessa casa dove Mazzini aveva trovato rifugio.
In Ernesto si compiva, con una coerenza quasi commovente, il disegno pedagogico di Sara. La madre aveva aperto scuole per le ragazze di Trastevere, il figlio aprì centocinquanta asili per i bambini di Roma. La madre aveva combattuto la speculazione sui corpi delle donne povere, il figlio combatté la speculazione sui suoli della capitale. La madre aveva tenuto viva la memoria di Mazzini con le conferenze domenicali della Sala Mazzini, il figlio aveva donato allo Stato, nel 1900, l’intera raccolta di oltre 4.500 autografi mazziniani che Sara aveva conservato per decenni. Cimitericapitolini Il gesto chiuse un cerchio: Sara aveva salvato gli scritti del Risorgimento, Ernesto li aveva restituiti alla nazione che quel Risorgimento aveva generato.
La stessa nazione che, trentotto anni dopo, avrebbe espropriato i suoi eredi.
Perché nel 1938 arrivò il 1938. Le famiglie Rosselli-Nathan, che per oltre settant’anni avevano mantenuto il pieno controllo del Siele, furono costrette a disfarsi della miniera a seguito delle leggi razziali fasciste. La miniera passò nel 1939 sotto il totale controllo del gerarca fascista conte Giovanni Armenise, già azionista di riferimento della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Pierluigipiccini
La sostituzione è esatta nella sua crudezza. Al posto di una famiglia che aveva costruito qualcosa — un villaggio operaio, un’impresa produttiva, una rete di scuole, un archivio di pensiero politico, delle case dove l’Italia si era fatta — arrivò il notabilato fascista con i suoi agganci bancari. Non era solo un cambio di proprietà. Era la dimostrazione di cosa fossero le leggi razziali nella loro sostanza economica più profonda: l’esproprio sistematico della borghesia ebraica italiana — quella stessa borghesia che aveva finanziato il Risorgimento, conservato gli scritti di Mazzini, scritto a Garibaldi per tenerlo nell’orbita repubblicana, aperto scuole gratuite a Trastevere, governato Roma modernizzandola, estratto mercurio in una montagna senese e pagato i salari ai minatori di Piancastagnaio.
Gli operai continuarono a scendere nel pozzo Raffaello. Il cinabro continuava a essere estratto e distillato. Ma qualcosa era mutato nel carattere del luogo — qualcosa che le testimonianze dei minatori più anziani, raccolte dalla ricerca di Marina Calloni, restituiscono in frammenti: la percezione che i proprietari precedenti non erano stati solo padroni.
Avevano ragione. Non lo erano stati. Erano stati portatori di un’idea di Italia — laica, repubblicana, capace di tenere insieme il mercurio dell’Amiata e gli autografi di Mazzini, la miniera e la scuola, il profitto e la giustizia, il cinabro e la libertà — che il fascismo non riuscì a distruggere nemmeno espropriandola. Perché gli autografi erano già stati donati. Erano già diventati patrimonio di tutti.
Sara Levi Nathan — pesarese, ebrea, mazziniana, finanziatrice di insurrezioni e di miniere, curatrice di scritti e custode di case clandestine, fondatrice di scuole e abolizionista, madre di Ernesto Nathan sindaco di Roma — è una di quelle figure che l’Italia ha costruito su di sé senza riconoscerla. Una di quelle donne senza le quali il Risorgimento non avrebbe avuto gambe, né tetto, né cassa. Una figura che aspetta ancora il suo posto nella memoria pubblica del Paese che ha contribuito a fare.
Oggi il pozzo Raffaello scende ancora trecentocinquanta metri sotto il bosco del Pigelleto. La galleria Emilia è aperta ai visitatori. La villa dei proprietari sorveglia dall’alto il cancello d’ingresso con la sua grazia austera. Ma la storia che custodisce — di una donna che tenne insieme Mazzini e Garibaldi, gli scritti del Risorgimento e i conti di una miniera di mercurio, la lotta per le donne e la lotta per la patria — aspetta ancora di essere raccontata con tutta la serietà che merita.
Non come curiosità storica. Come debito.
(fine)





