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Iron Man
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C’è qualcosa di vagamente spielberghiano nell’operazione politica in corso nel centrodestra italiano. Non la guerra, naturalmente — anche se i toni non mancano — ma quella logica narrativa per cui un singolo elemento deve essere estratto dal campo di battaglia a qualunque costo, mentre tutto intorno brucia. Il soldato da salvare, stavolta, si chiama Giorgia Meloni.
Il paradosso è che la minaccia non viene dai nemici. Viene dagli alleati.
Salvini ha capito — con quel suo istinto da animale politico che sopravvive alle proprie stesse catastrofi — che il ciclo di Meloni può chiudersi prima del previsto. Non per un’opposizione che non esiste, non per una sinistra che ancora si interroga sul proprio nome, ma per consunzione interna. E ha cominciato a posizionarsi. Piano, con la pazienza di chi sa aspettare. Gli extraprofitti delle banche, il garantismo a geometria variabile, la retorica sociale che riprende colori che parevano scoloriti. Salvini non attacca Meloni frontalmente: la circonda.
Tajani fa qualcosa di diverso e per certi versi più insidioso. Forza Italia si sta riorganizzando attorno a un’idea di centro moderato, europeista, presentabile nei salotti che contano — italiani ed europei. Non sfida Meloni sul terreno della destra nazional-sovranista: la aggira per un fianco che lei non può coprire senza perdere la propria base.
Nel frattempo, dall’esterno, arriva la pressione che nessuno si aspettava così diretta: Trump. Il rapporto privilegiato che Meloni aveva costruito — unica leader europea capace di parlargli, ponte tra Washington e Bruxelles, sponda atlantica della destra globale — si è rivelato un terreno instabile. Perché Trump non ha alleati: ha utenti. E quando smette di servirsi di te, non ti avverte.
Il caso Musk ha aggiunto un elemento grottesco. L’uomo che Meloni aveva introdotto nei palazzi europei come interlocutore visionario si è messo a fare campagna elettorale in Germania per AfD, logorando esattamente quelle relazioni che il governo italiano aveva pazientemente costruito. Difficile mantenere il ruolo di mediatrice affidabile quando il tuo principale referente transatlantico bombarda i partner.
Eppure Meloni resiste. E la domanda seria — quella che vale la pena fare — è: perché?
La risposta non è nella sua bravura comunicativa, che pure esiste. È nella struttura del campo. L’opposizione italiana ha rinunciato da tempo alla funzione che le compete, che non è quella di fare da contraltare simbolico ma di proporre un’alternativa governativa credibile. Il Partito Democratico è impegnato a capire se è ancora un partito. Il Movimento Cinque Stelle è impegnato a capire se esiste ancora. Gli altri riempiono lo spazio con la propria irrilevanza.
In questo vuoto, Meloni non ha nemmeno bisogno di essere brava. Deve solo essere presente.
Ma la vera operazione “salvataggio” non è quella che fanno gli avversari o gli alleati. È quella che Meloni fa su se stessa, ogni giorno: la riscrittura continua della propria identità politica. Prima era la fiamma, poi la Patria, poi l’atlantismo, poi il profilo europeo. Ogni metamorfosi ha divorato la precedente senza lasciare tracce imbarazzanti, grazie a un sistema mediatico compiacente e a un’opposizione incapace di tenere la memoria.
Il soldato Meloni, in fondo, non ha bisogno di essere salvato da nessuno. Ha bisogno solo che nessuno si ricordi com’era prima.
E su questo, per ora, può contare.





