
Quando tutti chiedono stabilità, vuol dire che tutti hanno visto la “rissa”
18 Aprile 2026Luciano Floridi pubblica oggi su Avvenire un articolo che affronta con sobrietà e coraggio una delle domande più difficili che la modernità ci ha lasciato in eredità: cosa costruiamo, e su cosa poggiamo, dopo che il fondamento trascendente si è ritirato. Vale la pena leggerlo insieme a Heidegger e Marion. Con una premessa personale.
Il talento sepolto dell’essere
Pierluigi Piccini
Confesso che quando ho letto il titolo ho avuto un momento alla Woody Allen: un filosofo serio pubblica su Avvenire — giornale dei vescovi italiani, si ricorda — un articolo che comincia con “Dio è morto”, e io mi sono sentito come il protagonista di Crimini e misfatti nel momento in cui capisce che il rimorso non arriva per tutti e che l’universo è indifferente. Poi ho continuato a leggere e ho capito che Floridi stava facendo qualcosa di più sottile, e che il luogo di pubblicazione non era un paradosso ma forse la scelta giusta.
C’è un punto in cui Luciano Floridi e Martin Heidegger si sfiorano senza saperlo, e quel punto è precisamente la morte di Dio. Non nel senso banale di una perdita di fede, ma nel senso tecnico, chirurgico, che Nietzsche aveva dato a quella diagnosi: la civiltà occidentale ha smantellato pezzo dopo pezzo il fondamento su cui aveva costruito per due millenni il proprio senso di giustizia, di verità, di unità del sapere. E adesso si trova in piedi su qualcosa che non c’è più, con l’abitudine al sostegno ma senza il sostegno.
Floridi chiama questa condizione con chiarezza e la affronta con sobrietà. Senza un garante trascendente, l’ingiustizia è spesso definitiva — i malvagi prosperano e muoiono tranquilli, le vittime restano senza risposta — e il sapere perde il principio di unità che teneva insieme mente e materia, senso e fatti. La soluzione che propone è il costruzionismo: non trovare il fondamento ma edificare senza di esso, sapendo che ciò che si costruisce vale non per chi lo firma ma per come regge il peso.
È una risposta seria, e onesta. Ma è anche il punto in cui il dialogo con Heidegger e con Marion diventa necessario, perché senza quel dialogo il costruzionismo rischia di non sapere su cosa poggia la propria solidità.
Heidegger aveva visto la stessa frattura da un’altra angolatura. Tutta la metafisica occidentale, da Platone fino al suo maestro Husserl, aveva cercato l’essere ma aveva trovato sempre e soltanto l’ente: le cose, le sostanze, le presenze determinabili. L’essere stesso — ciò che fa sì che qualcosa ci sia piuttosto che niente — era rimasto nell’ombra, non interrogato, dato per scontato come l’aria che si respira senza vederla. Sein und Zeit, nel 1927, è il tentativo di riporre questa domanda al centro. Ma il tentativo fallisce, e il fallimento è istruttivo: Heidegger aveva scelto come via d’accesso all’essere il Dasein, l’esserci umano, quell’ente particolare la cui essenza consiste nell’avere a che fare con il proprio essere. Il giro lungo attraverso l’analitica esistenziale — la cura, la temporalità, l’essere-nel-mondo — avrebbe dovuto condurre al senso dell’essere in generale. Ma il Dasein finisce per occupare tutto lo spazio: è interrogante, interrogato e luogo della ricerca allo stesso tempo. La differenza ontologica, quella tra essere ed ente che avrebbe dovuto illuminarsi, resta oscurata dal primato di chi la cerca.
Jean-Luc Marion, che su Heidegger ha lavorato con una pazienza e una precisione rare, ha individuato con nitidezza questo nodo. La svolta avviene nel 1929, con Was ist Metaphysik?: qui l’angoscia — non la paura di qualcosa di determinato, ma quella disposizione fondamentale in cui ogni ente perde la sua significatività e il mondo intero sprofonda nell’indifferenza — annulla anche il Dasein stesso come polo privilegiato della ricerca. Il solo protagonista che rimane è l’Essere, che coincide con il Niente non nel senso nichilista ma nel senso di un fondo che si sottrae sempre, inapparente origine di tutto l’ente e del tempo. Non si cerca più l’essere: è l’essere che chiama, che interpella, che avviene come Ereignis, come evento che irrompe senza essere convocato.
Marion prova a spingersi oltre questa soglia, verso ciò che chiama la pura donazione: un orizzonte in cui l’essere stesso diventa una delle tante datità possibili, e la domanda non è più sul senso dell’essere ma sull’atto originario del darsi. Un pensiero dell’oltre, che Heidegger aveva intravisto e lasciato intentato.
Ed è qui che Floridi entra in scena con la sua proposta, e qui che si produce la tensione più feconda. Il costruzionismo florideano è, a volerlo leggere con gli occhiali di Marion, una risposta alla chiamata dell’Essere che non sa di esserlo. Floridi dice: costruiamo, perché non c’è nessun fondamento che aspetti di essere trovato. Ma questa costruzione — le istituzioni giuste, le architetture concettuali che permettono alle discipline di dialogare, il capitale semantico realizzato dall’immanente — da dove trae la propria non-arbitrarietà? Floridi risponde: dal reggere il peso. È un criterio pragmatico, dignitoso, ma insufficiente. Perché il peso che una struttura regge dipende da ciò che si decide di mettere sopra, e questa decisione non può essere essa stessa giustificata solo pragmaticamente senza un regresso infinito.
Marion fornirebbe la risposta più robusta: ciò che precede ogni costruzione e ne è la condizione silenziosa è il darsi originario, la donazione che nessun costruttore produce ma che ogni costruttore riceve senza saperlo. Non un fondamento trascendente nel senso teologico tradizionale, non un garante divino delle proporzioni giuste — ma un’eccedenza rispetto al costruito che il costruzionismo deve presupporre per poter dire che non tutto è arbitrario.
Floridi usa la parabola evangelica dei talenti per rovesciare l’accusa di superbia che si potrebbe muovere al costruzionismo: il padrone non premia chi restituisce intatto il talento ricevuto ma chi lo ha fatto fruttare, chi ha rischiato, investito, costruito. È un’immagine potente. Ma si dimentica che nella parabola c’è comunque un dono iniziale: il talento non lo si è guadagnato, lo si è ricevuto. Il costruzionismo florideano è più fedele alla parabola di quanto Floridi stesso sembri realizzare: costruiamo, sì, ma a partire da qualcosa che ci è stato dato e che non abbiamo prodotto noi. La gratuità originaria — che per Heidegger si chiama Ereignis, per Marion donation, per Floridi resta senza nome — è la condizione di possibilità di ogni edificazione seria.
La vera scommessa, allora, non è quella tra fede e ateismo, né quella tra attesa e costruzione. È la scommessa su questo: che sia possibile costruire senza fondamento ma non senza dono, progettare senza trascendenza ma non senza gratuità, edificare istituzioni giuste sapendo che la giustizia che vi si cerca eccede sempre ciò che si riesce a realizzare. Non il servo pigro che aspetta, non il costruttore che si illude di bastare a sé stesso: qualcosa di più difficile, che richiede di tenere insieme l’inquietudine intellettuale che Floridi giustamente rivendica con la disponibilità a ricevere che Marion custodisce.
Forse è questa la forma contemporanea della responsabilità: costruire come se tutto dipendesse da noi, sapendo che non è così.





