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di Pierluigi Piccini
Sul numero di oggi de La Stampa, Anna Mastromarino — costituzionalista dell’Università di Torino, voce autorevole e rispettabile — scrive che, a leggere tra le righe del decreto sicurezza che la maggioranza si affretta a convertire proprio alla vigilia del 25 aprile, “dovremmo davvero rinunciare a credere che questa sia una festa per tutti e tutte”. La ragione: disprezzare i limiti che la Costituzione impone significherebbe ripudiare il senso stesso della Festa della Liberazione.
È un argomento elegante. Ma è sbagliato. E vale la pena dirlo chiaramente, anche — soprattutto — da questa parte.
Il 25 aprile non è la festa della corretta applicazione della Costituzione. È la festa della fine del fascismo e dell’occupazione nazista. È la festa di chi scelse di combattere per restituire all’Italia la possibilità stessa di avere un futuro democratico. Ma è anche — e forse soprattutto — la festa di chi non scelse nulla e pagò lo stesso. I civili bombardati nelle città. I soldati mandati a morire in Albania, in Grecia, in Russia, in Africa, per una guerra che non avevano voluto. I ragazzi dell’8 settembre abbandonati senza ordini, catturati, deportati nei lager tedeschi come internati militari perché si rifiutarono di combattere per la RSI. Le famiglie che aspettarono qualcuno che non tornò mai.
Quelle vittime non hanno colore politico. Sono distribuite in ogni famiglia italiana, trasversalmente, senza distinzioni di parte. Il fascismo non chiese il consenso a chi mandava a morire. E la Liberazione fu liberazione anche — prima di tutto — da quel peso. Ignorare questa dimensione, ridurre il 25 aprile alla sola epopea partigiana per poi farne strumento di giudizio sul presente, significa impoverire la festa, non difenderla.
Questi sono fatti storici che appartengono a tutti — a chi vota a destra, a chi vota a sinistra, a chi non vota. Non sono proprietà di nessuna parte politica, e non possono essere revocati in funzione del giudizio che si dà su un decreto legge, fosse anche il più discutibile della Repubblica.
Il decreto sicurezza è un’altra faccenda. Si può — si deve, se è il caso — contestarlo norma per norma, articolo per articolo. Le obiezioni di incostituzionalità sollevate da magistrati, avvocati penalisti e costituzionalisti meritano ascolto e risposta nelle sedi appropriate: il Parlamento, la Corte Costituzionale, il Quirinale. Su questo terreno il confronto è aperto e legittimo. Ma trascinare quel confronto dentro la Festa della Liberazione, farne la condizione di accesso a una ricorrenza civile collettiva, è un errore politico prima ancora che storico.
Perché produce l’effetto opposto a quello voluto. Quando la sinistra trasforma il 25 aprile in uno strumento di legittimazione esclusiva — implicitamente: “chi approva quel decreto non può celebrare questa festa” — non difende la memoria della Resistenza, la strumentalizza. E facendolo, consegna alla destra populista un argomento prezioso: quello di essere esclusa da un patrimonio che sente anche suo. Alimenta il risentimento, non la coscienza civile.
La vera forza del 25 aprile sta esattamente nel contrario: nell’essere una festa senza condizioni di accesso. Una festa che dice a tutti — compresi quelli con cui si è in profondo disaccordo politico — che la libertà riconquistata nell’aprile del 1945 è il presupposto condiviso su cui anche il disaccordo è possibile. Togliere quella universalità non è un atto di rigore costituzionale. È un atto di povertà politica.
Mastromarino ha tutto il diritto di giudicare quel decreto incostituzionale. Anch’io posso trovarlo discutibile. Ma il 25 aprile non è il luogo dove regolare quei conti. È il luogo dove ricordare che quei conti — qualunque essi siano — possiamo ancora regolarli. E questo, sì, è davvero la festa di tutti.





