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8 Maggio 2026Il cellulare di Sala, le chat con i ministri e il Parlamento che frena. MPS, una storia che non finisce mai
C’è un telefonino sequestrato che nessuno ha ancora aperto. Dentro, stando a quanto riferisce il suo proprietario, ci sarebbero messaggi con nove parlamentari, cinque dei quali al governo: ministri, viceministri, sottosegretari. È il telefono di Marcello Sala, ex direttore generale del Ministero dell’Economia, ora presidente di Nexi, non indagato, ma protagonista di uno degli episodi più rivelatori di questa stagione politica italiana.
L’inchiesta è quella della Procura di Milano sulla scalata di Monte dei Paschi di Siena a Mediobanca — lo stesso risiko bancario che scrivo da mesi su questo blog, con tutte le sue implicazioni senesi, nazionali e di sistema. I pm Pellicano, Gaglio e Polizzi indagano per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza. Gli indagati sono il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, il banchiere Luigi Lovaglio e Francesco Milleri di Delfin. L’ex direttore generale Sala ha informato i magistrati con una nota scritta: nel suo cellulare sono presenti comunicazioni con nove parlamentari, a partire dai vertici dell’Economia — il ministro Giancarlo Giorgetti, il viceministro Maurizio Leo e il sottosegretario Federico Freni — fino al vicepremier Matteo Salvini, al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, al viceministro Edoardo Rixi, al deputato Giulio Centemero, al capogruppo leghista Massimiliano Romeo, e all’ex viceministro dem Antonio Misiani. Nuovaresistenza
Di fronte a questo avvertimento, i pm si sono fermati. Il cellulare non è stato aperto. Con un atto definito in Procura di estrema prudenza — e non dovuto — si è chiesto ai presidenti delle due Camere una sorta di pre-autorizzazione a visionare le conversazioni tra Sala e i parlamentari citati. Solo se emergesse rilevanza processuale, sarebbe poi necessaria un’ulteriore autorizzazione in ossequio all’articolo 68 della Costituzione. Il fondamento di questa cautela sta in una sentenza della Corte Costituzionale pronunciata su ricorso di Matteo Renzi, che ha equiparato le conversazioni digitali a quelle tradizionali: chat e mail godono dunque della stessa protezione delle comunicazioni parlamentari classiche. Nuovaresistenza
La cosa straordinaria è che i magistrati non sanno nemmeno se questi messaggi esistano davvero. La richiesta inviata a Camera e Senato è, sotto molti aspetti, senza precedenti: i magistrati hanno dichiarato esplicitamente di non aver ancora aperto il telefono di Sala, e quindi di non sapere nemmeno se tali comunicazioni esistano davvero. Nonostante ciò, hanno chiesto l’autorizzazione ad accedere a eventuali messaggi “potenzialmente” intercorsi con parlamentari, al solo fine di valutarne la rilevanza processuale. Una pre-autorizzazione per un’eventualità, insomma. Un atto di garanzia verso il Parlamento che dovrebbe essere salutato come esempio di correttezza istituzionale. Il Tempo
Invece no. La maggioranza ha deciso di sospendere tutto, tanto alla Camera quanto al Senato. Nelle giunte delle immunità parlamentari l’intenzione è rimettere il fascicolo nelle mani dei presidenti La Russa e Fontana perché decidano come procedere. Il senatore FdI Sergio Rastrelli spiega che la procedura era pensata per singoli parlamentari e che, non essendo i parlamentari indagati, non si vede la necessità di un pronunciamento: “Non vogliamo ostacolare il percorso, ma neanche fare una valutazione visto che i pm non hanno nemmeno la certezza che quei colloqui da autorizzare esistano.” È un ragionamento circolare: si sospende una valutazione perché l’oggetto della valutazione è incerto. Ma è esattamente per sciogliere questa incertezza che la Procura aveva chiesto di intervenire.
Il M5S denuncia l’arroganza della maggioranza contro la trasparenza. Dario Iaia di FdI respinge le accuse come falsità. Anna Rossomando, vicepresidente dem del Senato, sceglie le parole con cura: “È una richiesta prudenziale che va studiata. Sarebbero state utili le audizioni di costituzionalisti.”
Ha ragione Rossomando. Sarebbe stata utile, soprattutto, la disponibilità a ragionare nel merito invece di rifugiarsi nella procedura. Perché il vero nodo non è se la Giunta abbia o meno competenza su una richiesta di pre-autorizzazione anomala. Il vero nodo è la domanda che i pm vogliono porre: chi sapeva del presunto patto occulto per la scalata a Mediobanca con vista su Generali? Quale ruolo ha avuto il Ministero dell’Economia nella procedura accelerata con la quale, il 13 novembre 2024, il MEF incaricò Banca Akros di vendere il 15% di azioni MPS detenuto dal governo? MilanoFinanza
È evidente che una simile richiesta, già di per sé delicata, è diventata esplosiva nel momento in cui è stata resa pubblica prima ancora di essere esaminata dalle Camere. La fuga di notizie — anticipata dal Corriere della Sera in prima pagina con tutti i nomi — ha trasformato un atto di prudenza giudiziaria in una bomba politica. Qualcuno ha tirato la spoletta sapendo esattamente cosa sarebbe successo. Il Tempo
C’è chi fa il paragone con l’avviso di garanzia a Berlusconi notificato a mezzo stampa nel 1994. Non è lo stesso caso, ma la logica dello scandalo preventivo — il nome prima del fatto, l’accusa prima della prova — è identica. E produce lo stesso effetto: irrigidisce le posizioni, avvelena il dibattito, rende impossibile qualsiasi valutazione serena.
Eppure la domanda rimane lì, senza risposta: cosa c’è in quel telefono? E chi ha paura di saperlo?





