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NUOVO CINEMA MANCUSO
Spielberg torna alle origini
Il prossimo film di Steven Spielberg è intitolato “Disclosure Day” – il giorno della rivelazione (non necessariamente maiuscolo, per gli spettatori italiani). Il prossimo 12 giugno il mistero sarà svelato. Peccato che non abbiano scelto per il lancio l’occasione del festival di Cannes 2026, che in materia di blockbuster è più interessato alla saga rombante “Fast and Furious”. Certo, sappiamo che le lavorazioni hanno i loro tempi, e che maggio non coincide con le vacanze scolastiche utili a far scattare il passaparola tra gli spettatori.
Fin da ragazzino Steven Spielberg guardava il cielo, con un telescopio che gli avevano regalato scrutava le lune di Giove e gli anelli di Saturno. Il padre era appassionato di fantascienza, collezionava numeri di “Amazing Stories” e altre riviste che promettevano di illuminare i segreti del cosmo, fantastici e reali. A sedici anni scrisse la sua prima storia, intitolata “Firelight”: un cerchio luminoso capace di far sparire le persona e dissolvere anche i camion. Lo rivela in un’intervista sull’ultimo numero di Empire, il regista sta in copertina avvolto in una luce azzurra.
Il trailer mostra Emily Blunt, in tubino rosso come appena uscita da “Il diavolo veste Prada 2”, mentre registra le previsioni del tempo in tv – dietro ha il bluescreen con mari e venti e nuvole. Improvvisamente si ferma, lo schermo dietro di lei si deforma. E lei comincia a borbottare parole incomprensibili. Poco dopo entra in scena Josh O’Connor, che vorrebbe capire e rassicurare – un classico della fantascienza.
Spielberg non girava un film di fantascienza da “La guerra dei mondi”, dopo “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e “E.T. – L’extraterrestre”. Ha trasformato il genere da freddo che era in un genere più “familiare”: E.T. non è un conquistatore, ma una buffa creatura sola su un pianeta alieno, che vuole soltanto tornare a casa dalla sua mamma. O almeno telefonare.
In “Disclosure Day”, avremo un complotto – guai a chi comincia a trovarli noiosi. Ci saranno inseguimenti automobilistici. Cerchi nel grano, che si formano “in diretta” mentre Josh O’Connor cammina tra le spighe. Animali spaventosi. Rumori misteriosi: Emily Blunt già nel trailer è accompagnata da un sinistro ticchettio, come se fosse un robot, oppure una bomba pronta a scoppiare. Facce spaventate, oppure urlanti. O tutte e due.
Fin qui le “rivelazioni” del regista. Mentre, racconta l’intervistatore, ha sul tavolo una zuppa di cavolfiori – il suo pranzo. Domanda finale di rito, a cosa sta lavorando Steven Spielberg? Il regista confessa di essere affascinato dal film “Weapons” di Zach Cregger (17 bambini che spariscono, premiato anche agli Oscar). Ora vuole girare un horror, ma molto più spaventoso..
ILLUSIONE
di Francesca Archibugi, con Jasmine Trinca, Michele Riondino, Angelina Andrei, Filippo Timi
Francesca
Archibugi vira verso il noir. Così pare nelle prime scene: il cadavere di una ragazzina in un terreno incolto, vicino alla strada. I poliziotti la credono morta, l’astuto vicequestore Filippo Timi si accorge che ancora respira. Dice di chiamarsi Rosa Lazar, è rumena e sogna di fare la modella, tra Parigi e Place Vendôme, mentre la mamma rimasta nella casupola mangia le galline malate (il padre era “un grande capo comunista di Moldavia”). Siamo a Perugia, dicono le forze dell’ordine “nella morsa della mafia slava”. Continui flashback rimandano alla vita della ragazza Rosa: assieme a un cugino lascia il paesello per andare a Strasburgo. Il cugino vuole farne una donna onesta, dice che ha 13 anni – e forse non è neppure un bugia. Ed è vergine: “La vergine moldava”, così viene offerta ai maschi, e meno male che tanti sono superstiziosi, credono che una vergine porti male. Intanto, nella comunque tranquilla – almeno, così sembra – Perugia, il vicequestore chiama lo psicologo Michele Riondino. Occhiali sul naso, interroga la ragazza che si innamora di lui all’istante e gli si appiccica – lui neanche si ritrae, incurante del fatto che ci sono le telecamere. Intanto era entrata in scena Jasmine Trinca, sostituta procuratrice che si occupa del caso. Solitaria e forse triste, mentre lo psicologo Riondino ha moglie e figli, e – sembra – un passato ingombrante. I flashback complicano il passato, e nulla illuminano.
DRACULA
di Radu Jude, con Adonis Tanta, Gabriel Spahiu, Oana Mardare, Serban Pavlu
Una
variazione su Dracula. Una parodia di Dracula (il romanzo di Bram Stoker, e i film – più o meno seri – che hanno il succhiasangue per protagonista). Un “tutto quel che volete sapere e non avete mai osato chiedere” su Dracula, le sue origini, le sue prodezze erotiche. “Dalla vita in su” scriveva Stephen King nel suo imperdibile saggio “Dance Macabre”: “Avete mai notato che i vampiri sono paralizzati dalla vita in giù?”. Il regista rumeno Radu Jude lo racconta in 170 minuti (non piccolo difetto del film, almeno un episodio o due si potevano accorciare, se non togliere). Decine di storie racchiuse in una cornice – gli attori di uno spettacolino su Dracula, con il vampiro e la vampirizzata che si fanno inseguire fuori dal teatro dagli spettatori muniti di pali acuminati. Premio in palio: una notte di passione con l’uno o con l’altra. “In ogni cosa si può trovare una storia” recitano i versi di Wordsworth in apertura. Ma il regista incaricato di girare un film su Dracula in abiti e ambienti moderni non ha nessuna idea. Chiede aiuto all’intelligenza artificiale, che inizia con una clinica per l’eterna giovinezza – ci sono passati Chaplin dalle mani lunghe e Lilian Gish, oltre a Ceausescu che non riuscì a goderne. E’ un gioco di veri e finti Dracula. Per esempio, a imitazione di certi film rurali sovietici: la bionda spiega che gli scrittori e gli intellettuali si facevano finti calli sulle mani. Folle e divertente, se state al gioco.
NOI DUE SCONOSCIUTI
di Janicke Askevold, con Lisa Loven Kongsli, Herbert Nordrum, Rolf Kristian Larsen
Edith
è norvegese, fa la giornalista, non ha un marito e neanche un fidanzato, ha un bel bambino biondo avuto con l’inseminazione artificiale (tutto regolare e legale, in Norvegia si può, a dispetto dalla legge italiana che considera la pratica un “reato universale”). La sua amica ha avuto una bambina allo stesso modo, con lo sperma dello stesso donatore. Il film procede lento, con intensi primi piani e silenzi altrettanto intensi, tra giochi dei bambini al parco – finché l’amica le confessa che ha fatto ricerche sul comune donatore: vive poco lontano. Edith viene a saperlo proprio nel momento in cui si interroga su eventuali malattie genetiche che il donatore potrebbe aver trasmesso al bambino, e intanto cerca di far fronte all’incipiente Alzheimer materno. Subito si mette in viaggio per andarlo a trovare. Non dovrebbe succedere, in clinica sarebbero tenuti al silenzio, e d’altra parte è decisamente sconsigliato da operatori, cliniche e psicologi. Nulla ferma Edith: si inventa un’intervista e contro tutti i pareri contrari si presenta in casa del donatore. Lei naturalmente non dice nulla, nell’intervista si parla di videogiochi. I due pure si piacciono, dopo qualche imbarazzo. E una ragazzina impicciona che vuole a tutti i costi imparare a fare la giornalista. Non è vietato fare film che come questo vogliono fare riflettere. Le riflessioni però dovremmo farle a film finito, non nei tempi rallentati ad arte.
IL TEMPO E’ ANCORA NOSTRO
di Maurizio Matteo Merli, con Ascanio Pacelli e Mirko Frezza
Il
regista è figlio d’arte. Il nome del genitore Maurizio Merli è legato al poliziesco made in Italy, da “Roma a mano armata” a “Napoli violenta” a “Il cinico, l’infame e il violento”, che bene inquadra il genere. Maurizio Matteo Merli si dedica al golf, poco frequentato dal cinema, che preferisce i campioni del calcio oppure il baseball, immancabile nei film universitari americani. Il golf porta con sé la macchia dell’esclusività. Dello “sport da ricchi” che Maurizio Matteo Merli cerca di cancellare con il suo film. All’inizio ci sono due ragazzini, uno ricco e uno povero. Uno che gioca le 18 buche e l’altro che ruba le palline, ma da figlio del guardiano del campo non riesce a praticare se non di nascosto. Da grandi, il ricco resta ricco – criptovalute, dicono – e il povero si perde: la droga, poi finisce in una comunità di recupero. Scusate, ma i luoghi comuni non sono ancora finiti. E dunque: il riccone viaggia in elicottero o in auto con l’autista (simpatico, saggio e sveglio quando arriva il momento di scavare nel passato: l’attore è Simone Sabani). Da un giorno all’altro dà le dimissioni, per tornare alle predilette 18 buche. Quelle della giovinezza; ritrova il custode sempre più vecchio, e l’infelice sorte dell’amico d’infanzia. Intanto si allena, sul tappeto di casa (a dare le dimissioni è andato in calzoncini). “Mi stavo vendendo l’anima”, dice al socio. Che pronto ribatte “Te l’abbiamo pagata bene”.





