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17 Maggio 2026Primo Levi, il Lager come specchio della società capitalista
Scrittori del Novecento Fabbrica «vs» artigianato; speranza «vs» cupa perplessità… «P. Levi controtempo. Una lettura politica» di Emanuele Zinato per Quodlibet
La data-spartiacque, quanto alla prospettiva ermeneutica, può essere individuata nel 1997 con l’uscita del collettaneo di «Riga» n. 13 a cura dello stesso Belpoliti (Marcos y Marcos, riproposto in seconda edizione nel 2017, n. 38), dove comparivano, oltre ai contributi di alcuni battistrada (Cesare Segre, George Steiner, Pier Vincenzo Mengaldo, Giovanni Raboni, Giovanni Tesio) non pochi interpreti della leva successiva fra cui Alberto Cavaglion, Stefano Bartezzaghi e ovviamente Domenico Scarpa, senza l’apporto dei quali non sarebbero oggi pensabili i lavori del «Centro Internazionale di Studi Primo Levi» di Torino diretto infatti da uno specialista, Fabio Levi: ne è testimonianza la ricca messe di studi pubblicati dal Centro in collaborazione con Einaudi a firma tra gli altri di Martina Mengoni, Roberta Mori, Paola Valabrega, Marino Barenghi e Massimo Bucciantini.
In un quadro già tanto ricco e variegato di apporti si inserisce adesso, decisamente originale nell’approccio come nei contenuti, la monografia di Emanuele Zinato, Primo Levi controtempo Una lettura politica (Quodlibet «Elements», pp. 190, euro 19,00). Docente all’Università di Padova, firmatario di notevoli studi su Paolo Volponi e Franco Fortini, se nel titolo Zinato tende a marcare un elemento asincrono, anzi una alterità dello scrittore rispetto al quadro culturale dato, nel sottotitolo egli rivela l’orizzonte del proprio lavoro. «Politico» qui è inteso nella intrinseca politicità della scrittura leviana dove non solo si alternano narrativa e saggistica (spesso all’interno di una stessa pagina) ma anche prese di posizione sullo stato di cose presenti (Levi fu un socialista senza partito, un ex partigiano di Giustizia e Libertà, un ebreo orgogliosamente diasporico e lontano dal sionismo) nonché ammissioni indirette in cui prevalgono le voci delocalizzate e plurivoche dell’arte propriamente narrativa.
Nei tre capitoli che costituiscono il suo libro, lo studioso procede per nessi dialettici ora congiunti nella contraddizione ora invece divisi fino alla separazione aporetica. Ciò significa, per ritrovare la distinzione cara a Marcel Proust, che i convincimenti dello «scrittore» Primo Levi non sono di necessità i medesimi dell’«autore» Primo Levi. Non è che l’uno, in effetti, possa mai smentire l’altro (l’immaginario leviano non è affatto proclive al paradosso né al gioco delle parti), ma Levi è pur sempre latore di ripensamenti, dubbi, sospensioni del giudizio: è chiaro, netto negli asserti, le sue posizioni in prima persona sono l’esito di un dispositivo razionale presto divenuto leggendario, ma non è mai tranchant né ultimativo. Il che anche significa che non è mai dogmatico ma, al contrario, è aperto al contenzioso dialogico, a focalizzazioni e aggiustamenti.
Lo testimonia il primo capitolo che Zinato dedica al tema del lavoro. Qui agli antipodi sono da un lato lo spazio concentrazionario (a Monowitz le SS affittavano alla Farben quanto Levi definisce uno «sterminio attraverso lo sfruttamento») mentre dall’altro, e sono ancora parole dello scrittore, c’è il lavoro «migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra», come viene detto ne La chiave a stella (’78) dove si contiene l’idea, proiettata in pagina dall’ex chimico della SIVA di Settimo Torinese, che dopo tutto sopravvivono lavori di civilissimo artigianato, a specchio e sublimazione delle attitudini più umane. E al riguardo, in più di un passaggio, Levi contrappone la fabbrica industriale come luogo di coercizione al laboratorio artigianale come spazio di libertà ma è consapevole che le sue immagini sono entrambe vere e che dunque il Lager non è affatto una eccezione ma, semmai, è il mostruoso estremo di una regola, «lo specchio deformante della società capitalista divisa in classi».
Allo stesso modo nelle sue pagine si alternano, a seconda dei periodi e dei contesti, la speranza e una cupa perplessità, come sanno i lettori dell’auto-antologia La ricerca delle radici (1981) in cui Levi richiama l’opera del prediletto Darwin e, pur rigettando l’idea reazionaria del darwinismo sociale, egli propone una concezione drammatica, conflittuale, dei rapporti fra gli uomini e, più in generale, fra Storia e Natura, né deve stupire che tra i romanzi contemporanei prediliga il grandioso Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo.
Tutto ciò si delinea con chiarezza nel secondo capitolo che Zinato intitola «Gli inermi e i ribelli (L’avventura dell’insurrezione)», dedicandolo per lo più all’analisi di Se non ora, quando? (1982), un romanzo scarsamente studiato e tuttora sottovalutato, l’epopea picaresca di alcuni partigiani ebrei aschenaziti, «ebrei né umili né rassegnati» li chiama Levi. Come in un coro polifonico, qui i protagonisti sono investiti da una disputa ideologica dove si associano e di continuo si respingono ben tre posizioni ideologico-politiche: il BUND, l’organizzazione, nata in Lituania, dei socialisti rivoluzionari (già in prima fila nella sollevazione russa del 1905) ma intesi a mantenere l’identità ebraica; il sionismo, che quella stessa identità utilizza tuttavia in chiave irredentista e nazionalista; infine il socialismo tout court. Non esiste nel romanzo una voce che commenti fuoricampo ma il lettore avverte, nota Zinato, che specialmente nei dialoghi «si rendono spesso espliciti contenuti non del tutto accettati dal codice della scrittura saggistica» leviana, e ad esempio: il sentimento di vendetta («schiavi insorti a vendetta» sono i protagonisti della rivolta del Ghetto di Varsavia) o di odio esplicito verso i tedeschi quando, in un adattamento radiofonico di Se questo è un uomo, Levi insiste sul «maturare i frutti del nostro odio».
Ma è una tensione che si avverte specialmente nell’ultimo capitolo, che tratta La tregua (1963), come dire il nostos, il libro del ritorno a casa. La struttura dell’opera è plurivoca, inclusiva e giocata su quel registro comico-grottesco che il senso comune vorrebbe remoto da Levi e invece riflette sue passioni a lungo coltivate (teste ancora La ricerca delle radici) per il Belli, il Porta e specialmente Rabelais. Zinato legge nelle vicende dei pìcari che tornano a casa una combinazione di disincanto e di speranza e scrive, alludendo al Principio-Speranza di Ernst Bloch: «Questo pellegrinaggio ha a che vedere con il non-ancora, con la speranza e con l’utopia» di «una socialità e reciprocità ritrovate». Per poi aggiungere: «Il disordine vitale, con i suoi corollari, dell’eterogeneo, del caotico e del festoso narrati nella Tregua sono un ‘inganno dei sensi’ oppure un anticipo di futuro e una promessa di libertà?». Non si tratta perciò, da parte di Levi, di allusioni più o meno estemporanee ma di figurae in senso allegorico e cioè di momenti di prefigurazione o di anticipo di un rapporto diverso (si direbbe a tutte lettere un legame sociale) finalmente equo e paritario tra gli esseri umani.





