
TourDOP, il convegno che porta i numeri e porta via il valore
23 Maggio 2026
Piancastagnaio e il Piano Strategico 2025-2035: la sfida delle aree interne tra casa, energia e manifattura
23 Maggio 2026Capita, nelle riunioni di lavoro, che sia il margine a farsi centro. Eravamo riuniti in sala consiliare per lavorare alla mostra su Francesco di Valdambrino — lo scultore senese che a Piancastagnaio ha lasciato tracce del suo passaggio nel primo Quattrocento — e sulla parete campeggiava la riproduzione di una pianta del paese datata al Seicento. Uno di quei documenti che si finisce per non guardare più, diventati arredo. Qualcuno ha alzato gli occhi. Su quella pianta, accanto ai profili degli edifici, comparivano alcuni stemmi. Uno in particolare ha fermato l’attenzione: un animale rampante entro un ovale, due volti umani agli angoli superiori, uno sfondo fitto di decorazioni vegetali e squame. E sotto, un’iscrizione in caratteri gotici con punti separatori.
Abbiamo fotografato. Abbiamo cercato. Quello che è emerso merita di essere raccontato.
L’iscrizione recita, sciolte le abbreviature medievali: Arma Lodovici, Domini Thomae, Podestatis Plani, MCCCCLXVI. Lo stemma di Ludovico, signore della famiglia di Tommè, podestà di Piano — Piancastagnaio — nell’anno 1466.
Una data tutt’altro che casuale. L’anno precedente, il 1465, il Consiglio Generale della Repubblica di Siena aveva deliberato la ricostruzione della Rocca Aldobrandesca e la costruzione di una nuova cerchia di mura. Ludovico di Tommè è dunque il podestà della fase preparatoria di quel cantiere — l’uomo che Siena manda sul posto nell’anno immediatamente successivo alla grande delibera, quando i lavori stanno per cominciare. Non un amministratore qualunque: un presidio politico in un momento strategico.
La famiglia di Tommè è una casata senese di medio rango, attiva tra Trecento e primo Quattrocento. Il nome più noto è quello di Luca di Tommè, pittore della scuola senese attivo tra il 1356 e il 1389, allievo dei Lorenzetti e collaboratore di Bartolo di Fredi — un nome che chiunque frequenti la Pinacoteca Nazionale di Siena ha incontrato almeno una volta. Ludovico è quasi certamente un discendente di quella stessa famiglia, un ramo cooptato nell’apparato podestarile della Repubblica nel corso del Quattrocento. Il patronimico Dominus Thomae funziona esattamente come un cognome gentilizio, secondo la nomenclatura senese tardomedievale.
Quel che colpisce è il silenzio delle fonti digitalmente accessibili su questo personaggio. Il suo nome non compare in nessuna delle banche dati consultabili. Lo stemma sulla pianta secentesca è, allo stato attuale, l’unica sua traccia documentaria pubblica. Il che fa di questa lastra — o del rilievo originale da cui la pianta fu tratta — una fonte primaria di prima importanza per la prosopografia dell’aristocrazia senese di secondo rango. Uno di quei documenti che aspettano, pazienti, qualcuno che li guardi.
La pianta secentesca registrava lo stemma perché era fisicamente visibile su qualche edificio del borgo — un portale, una parete della Rocca, forse il Palazzo del Podestà. Le piante urbane del Seicento non decoravano: segnalavano. Quello stemma era ancora leggibile nel 1600, centotrenta anni dopo che Ludovico aveva concluso il suo mandato. Oggi potrebbe essere ancora lì, murato in qualche parete interna della Rocca, magari non più visibile dopo i restauri novecenteschi. Oppure perduto.
L’Archivio di Stato di Siena — i fondi della Biccherna, i registri dei Capitani di Parte, le filze relative al Capitanato di Radicofani sotto cui Piancastagnaio era amministrativamente inquadrata — potrebbe restituire il nome completo di questo Ludovico, il suo mandato preciso, forse qualche atto firmato. Sarebbe un piccolo contributo alla storia del borgo in uno dei suoi momenti più densi: quello in cui Siena, dopo decenni di controllo incerto e conteso, decideva di investire davvero su Piano, di dargli una Rocca degna di questo nome, di mandare i suoi uomini a presidiarlo.
Una riunione di lavoro, uno stemma su una pianta antica, una fotografia. A volte la storia locale si nasconde esattamente lì — nel margine che nessuno guardava più.





