Con tre delibere operative il Comune avvia il recupero del centro storico, il rilancio della pelletteria e un modello di sviluppo fondato su geotermia, lavoro e residenzialità stabile.
Con tre delibere approvate dalla Giunta comunale, il Piano Strategico 2025-2035 entra ufficialmente nella sua fase operativa. Non si tratta, nelle intenzioni dell’amministrazione, di un semplice programma di opere pubbliche, ma di una visione complessiva sul futuro del territorio, costruita attorno a tre assi fondamentali: abitare, produzione ed energia.
Il Piano, presentato il 18 maggio in Commissione consiliare dall’architetta Enrica Burroni insieme all’amministrazione comunale, punta a rispondere a una domanda cruciale per molte aree interne italiane: come mantenere popolazione, lavoro e identità in territori sempre più esposti al rischio di marginalizzazione.
A sintetizzarne l’impostazione è l’assessore all’Urbanistica e alla Cultura Pierluigi Piccini: “Non abbiamo costruito un elenco di opere pubbliche, ma una strategia che individua priorità precise e tiene insieme tutti gli elementi che determinano la qualità della vita di una comunità”.
Il centro storico e la sfida della residenzialità
Il primo intervento riguarda il recupero del centro storico, tema che accomuna molte città e borghi italiani. Il problema è noto: abitazioni vuote, progressiva perdita di residenti stabili, difficoltà delle imprese nel reperire alloggi per i lavoratori.
La risposta individuata dall’amministrazione è il modello “Rent to Buy”, una formula che combina affitto e possibilità di acquisto. L’idea è creare un meccanismo capace di mettere in relazione proprietari di immobili inutilizzati e lavoratori in cerca di casa.
Dal punto di vista economico e sociale, il progetto cerca di affrontare contemporaneamente più criticità:
- ridare funzione agli immobili sfitti;
- sostenere il mercato del lavoro locale;
- contrastare lo spopolamento del centro;
- evitare una trasformazione esclusivamente turistica del tessuto urbano.
L’elemento più interessante è proprio quest’ultimo. Negli ultimi anni molti centri storici italiani hanno puntato quasi esclusivamente sulla rendita turistica breve, spesso con effetti collaterali significativi: aumento dei prezzi, perdita di residenti, riduzione dei servizi di prossimità e desertificazione sociale fuori stagione.
Qui, invece, il messaggio politico appare diverso: la residenzialità stabile viene considerata un presidio di comunità, non soltanto una questione abitativa. In altre parole, il centro storico non viene pensato come vetrina, ma come spazio quotidiano di vita e lavoro.
La manifattura come infrastruttura sociale
Il secondo asse strategico riguarda le aree produttive della Rota e di Casa del Corto, dove operano circa duemila addetti collegati alla filiera della pelletteria di lusso.
In questo caso il Piano introduce il percorso verso un’APEA, un’Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata. Si tratta di uno strumento urbanistico e industriale che punta a coordinare servizi, infrastrutture energetiche e gestione ambientale attraverso una governance unitaria.
La scelta non è solo tecnica. Dietro c’è una precisa idea di sviluppo territoriale: trasformare un sistema produttivo frammentato in un ecosistema industriale integrato.
Il tema energetico gioca un ruolo decisivo. Secondo l’assessore Piccini, la geotermia rappresenta il principale vantaggio competitivo dell’area. La disponibilità di energia rinnovabile locale, già utilizzata da alcune aziende della Rota, potrebbe diventare infatti un elemento distintivo in una fase storica in cui il costo energetico incide sempre di più sulla competitività industriale europea.
In prospettiva, questo modello potrebbe produrre diversi effetti:
- riduzione dei costi energetici;
- maggiore sostenibilità ambientale;
- attrazione di nuovi investimenti;
- consolidamento occupazionale.
La questione è particolarmente rilevante per i territori interni, che spesso faticano a competere con le grandi aree metropolitane sul piano logistico o infrastrutturale. Puntare su una risorsa endogena come la geotermia significa cercare un vantaggio competitivo non delocalizzabile.
“Manifattura Amiata”: verso un’identità produttiva riconosciuta
Il terzo pilastro del Piano è forse il più identitario: il riconoscimento del distretto manifatturiero come Sistema Produttivo Locale attraverso il progetto “Manifattura Amiata”.
L’obiettivo è dare forma istituzionale a una realtà produttiva che esiste già nei fatti. Nel territorio operano competenze specializzate nella lavorazione della pelletteria per grandi maison internazionali, costruite nel corso dei decenni grazie a un intreccio tra artigianato, formazione informale e filiera industriale.
Secondo l’amministrazione, questo patrimonio non ha ancora ottenuto un riconoscimento adeguato. Per questo il Piano propone:
- un marchio collettivo territoriale;
- un consorzio tra imprese e istituzioni;
- una scuola di pelletteria accreditata.
L’idea della scuola è particolarmente significativa. In molti distretti italiani il problema non è più soltanto trovare lavoro, ma trasmettere competenze manifatturiere alle nuove generazioni. La formazione diventa quindi non solo uno strumento occupazionale, ma una forma di continuità culturale.
Il progetto richiama, in parte, altri modelli distrettuali italiani dove la qualità della manifattura è diventata elemento identitario del territorio stesso. Tuttavia qui emerge una differenza importante: il Piano cerca di collegare la produzione industriale alla tenuta sociale della comunità locale.
Le aree interne tra declino e resilienza
Dietro le tre delibere emerge chiaramente una consapevolezza più ampia: le aree interne italiane stanno attraversando una trasformazione profonda.
Calo demografico, invecchiamento della popolazione, riduzione dei servizi essenziali e fuga dei giovani rappresentano dinamiche diffuse in molte zone montane e periferiche del Paese. In questo contesto, il Piano Strategico prova a costruire una risposta integrata, evitando di affrontare i problemi come compartimenti separati.
La logica del documento sembra infatti basarsi su un principio semplice: senza lavoro non ci sono residenti stabili; senza abitazioni accessibili non si trattengono lavoratori; senza servizi e identità condivisa il territorio perde coesione.
Per questo il Piano mette insieme urbanistica, energia e manifattura come elementi interdipendenti di un unico progetto territoriale.
Una strategia che ora dovrà misurarsi con la realtà
La fase più difficile inizia adesso. Molti piani strategici locali falliscono non nella progettazione, ma nella capacità di tradurre visioni di lungo periodo in strumenti concreti, investimenti e governance stabile.
Le tre delibere rappresentano dunque soprattutto un punto di partenza. La loro efficacia dipenderà da diversi fattori:
- capacità di attrarre risorse pubbliche e private;
- coinvolgimento reale delle imprese;
- risposta del mercato immobiliare;
- continuità amministrativa nel tempo;
- adesione della comunità locale.
Resta però un dato politico e culturale significativo: in un’epoca in cui molti territori interni sembrano rincorrere modelli standardizzati di sviluppo turistico, questo Piano prova a costruire una traiettoria diversa, fondata sulla permanenza, sul lavoro manifatturiero e sull’utilizzo delle risorse locali.
Come osserva Piccini, la questione centrale è capire “come si resta, come si lavora, come si tramanda un’identità senza consegnarsi alla marginalità”.
Ed è probabilmente proprio questa la vera sfida del prossimo decennio per gran parte dell’Italia interna.






