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Ad una lettura attenta della pagina che Avvenire dedica oggi all’intelligenza artificiale emergono alcune osservazioni che vale la pena formulare con chiarezza.
La pagina ruota intorno a tre pezzi. Il primo, il più lungo, imposta il problema in cornice teologico-simbolica: non si tratta di dire sì o no alla tecnologia, ma di scegliere tra Babele e Gerusalemme. Il secondo, quello centrale, è il più esplicito nella tesi: tecnologia sì, ma “disarmata”, spogliata cioè della sua dimensione di potere, no alla tecnocrazia e alle nuove schiavitù. Il terzo dà notizia del dialogo tra il Papa e i vertici delle grandi piattaforme tecnologiche in occasione della nuova enciclica.
L’impianto complessivo è quello del discernimento etico-antropologico: come usare la tecnologia, non se usarla, e soprattutto quale orientamento di valore imprimerle. È un approccio intellettualmente onesto, e per certi versi coraggioso nel segnalare il rischio della tecnocrazia. Ma resta intrappolato in una critica che parla dei valori del sistema senza mai toccare le strutture del sistema — una critica che il sistema può assorbire tranquillamente, perché non ne intacca né la logica proprietaria né i meccanismi di rendita.
Il nodo assente è quello dei processi di accumulazione. Nessuno degli articoli nomina i meccanismi concreti attraverso cui le piattaforme tecnologiche estraggono valore: la cattura dell’attenzione come materia prima, la monetizzazione dei dati comportamentali, il modello di business fondato sulla dipendenza by design. Si parla di “nuove schiavitù” come metafora morale, non come descrizione di un regime lavorativo reale — i magazzini, i rider, i moderatori di contenuti pagati pochi dollari l’ora per guardare materiale traumatico. La schiavitù c’è, ma è materiale prima ancora che spirituale.
Manca poi qualsiasi analisi del rapporto tra ragione sociale e profitto privato. OpenAI nasce nonprofit e si trasforma progressivamente in società a scopo di lucro ordinario. Google, Meta, Microsoft investono miliardi nell’intelligenza artificiale non per il bene comune ma per conquistare posizioni di rendita monopolistica in mercati dove il vincitore prende tutto. La tecnologia non è “disarmata” perché è strutturalmente armata: è capitale in forma algoritmica, e come tale obbedisce a logiche di valorizzazione che nessuna esortazione morale, per quanto nobile, è in grado di correggere dall’esterno.
C’è infine una questione politica che riguarda il terzo articolo, quello sul dialogo tra il Papa e i vertici delle grandi piattaforme. La notizia è trattata come positiva, e forse lo è sul piano simbolico. Ma il dialogo tra autorità morale e potere economico senza strutture di accountability reale rischia di essere, sul piano politico, una forma involontaria di legittimazione. La Chiesa ha una tradizione — quella della Rerum Novarum e di tutto ciò che ne è seguito — che non si limita all’esortazione morale ma entra nei rapporti di forza, chiede regole, chiede redistribuzione, chiede controllo democratico. Quella tradizione qui è sostanzialmente assente.
Il problema, in sintesi, è che si critica la tecnocrazia senza criticare la tecno-economia che la produce. E una critica che non tocca i processi di accumulazione, la governance algoritmica come dispositivo di potere, il dato come merce, il lavoro digitale come lavoro sistematicamente non riconosciuto, rimane — per quanto sincera — una critica che non disturba nessuno.
Pierluigi Piccini





