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7 Giugno 2026Buñuel senza censure: da Sade al Surrealismo
Due studiosi spagnoli, Manuel Fructuoso e Jordi Xifra, hanno compilatoun «Diccionario» imprescindibiledel regista . Trentacinque film, 530 voci, 411 fonti, perversioni e militanze
di paolo mereghetti
Basterebbe la voce «SADE, Marqués de» a rendere questo Diccionario Buñuel un’opera imprescindibile per conoscere al meglio il regista di Bella di giorno o del Fascino discreto della borghesia: una lunga e approfondita disamina di come il divino marchese aveva prima affascinato il lettore ventottenne offrendo alla sua formazione surrealista il contributo di una visione filosofica (l’indissolubile associazione tra amore e morte, l’immaginazione come leva verso la libertà, lo scontro tra Dio e Satana, la messa in discussione dell’idea di «normalità») per proseguire poi con la ricerca e l’analisi di come questi temi si ritrovano nei suoi film, anche quando sono presenti solo in un dialogo (come per Le avventure di Robinson Crusoe, dove Venerdì mette in discussione le certezze religiose del suo padrone Robinson).
Ma gli esempi potrebbero essere tantissimi tra le oltre 550 voci che compongono questa monumentale opera firmata da due buñueliani di provata fede, Manuel Fructuoso e Jordi Xifra che nonostante la loro formazione universitaria (il primo è professore emerito, il secondo insegna Comunicazione audiovisiva all’università Pompeu Fabra e dirige il Centro Buñuel di Calanda) sanno evitare il birignao e i vezzi dell’accademia a favore di una scrittura semplice, chiara ma mai superficiale.
Naturalmente tra le voci ci sono tutti i 35 film diretti da «don Luis», affrontati come meglio non si potrebbe. I due studiosi hanno scavato in tutte le dichiarazioni del regista, nelle corrispondenze con gli amici e i collaboratori, nei saggi (sono 411 le fonti) e per ogni film accompagnano lunghe citazioni di Buñuel — praticamente tutto quello che ha detto sull’argomento — con i riscontri ottenuti da altre fonti, per poi entrare nell’analisi specifica delle singole opere e mostrarne le influenze, gli incroci, le assonanze. Ma anche per verificare la giustezza e la verità di quello che aveva detto lo stesso regista, che non era un bugiardo come Federico Fellini ma che ogni tanto si prendeva qualche libertà.
Illuminante la voce «POLÍTICA», un tema su cui il regista sembra essersi molto esercitato a confondere le tracce. «Sono confuso — aveva scritto nella sua autobiografia Dei miei sospiri estremi (Rizzoli, 1990; SE Editore, 2017) —. Non so cosa pensare di quello che succede […] Non sono democratico. Credo nelle dittature […] Non mi interessa la politica. In questo campo non ho più illusioni da quando avevo quarant’anni» e in effetti fin da quando era universitario si considerava solo anarchico, seguace dell’«ultraísmo» per un uso della letteratura come scandalo continuo. Ma il fatto che nel 1930, quando viveva a Parigi, fosse stato invitato ad accompagnare Louis Aragon e Georges Sadoul al Congresso degli intellettuali rivoluzionari a Járkov, in Unione Sovietica, fa pensare ai due autori che i legami tra Buñuel e il Partito comunista francese fossero «molto vicini», fino a portarli a trovare le prove che il regista era stato prima un militante del Partito comunista spagnolo, poi aveva rinnegato l’esperienza surrealista proprio in nome della militanza politica e aveva aderito al Pcf. Per poco tempo, ma sufficiente per rimontare L’Âge d’or in una versione meno surrealista e più «comunista» intitolandola Dans les eaux galcées du calcul égoïste (citazione dal Manifesto del partito comunista di Marx e Engels), un film perduto di cui si sa pochissimo ma a cui il Diccionario dedica una informatissima voce. Così come riporta, a sostegno della militanza comunista del regista, l’ordine di cattura emesso nel 1937 dal governo di Francisco Franco contro «Luis Buñuel, soggetto morfinomane e alcolizzato, che durante gli ultimi tempi era stato a Parigi al servizio della propaganda rossa […] autore e regista di una pellicola sulla regione delle Hurdas (mai distribuita ufficialmente in Italia, ndr) che gettava un vero discredito sulla Spagna».
La parte più consistente del volume riguarda l’esplorazione dell’universo buñueliano (la voce «BESTIARIO» è imperdibile. Dopo aver elencato tutti i film dove appaiono animali, li repertoria per gruppi: ragni, insetti e soprattutto galli e galline, «i protagonisti principali del suo bestiario perché “sono parte di molte visioni che ho come esseri da incubo”». E se il regista non sa spiegarsi perché, i due autori risalgono fino alla Settimana santa del Bajo Aragón dove c’era l’usanza che un bambino tra i sette e i dodici anni dovesse decapitare, bendato, un gallo con una spada, di cui hanno trovato una citazione nella sceneggiatura rimasta inedita El monje).
Si passa da «CRUDELTÀ» a «EROTISMO», a «FETICISMO», «FRUSTRAZIONE», «MISTERO», «RELIGIONE», «VIOLENZA» con una monumentale voce «SURREALISMO»: «Una necessità del nostro tempo contro l’ordine stabilito, la morale anchilosata, la retorica di tutti i luoghi comuni, dei vecchi valori accademici, […] una rivoluzione del pensiero che deve influenzare tutta la vita umana e dove valgono solo due parole: libertà e amore», dice. E anche se per un breve periodo si staccò dal movimento per un maggiore impegno politico e poi non vi rientrò più ufficialmente «la disciplina e l’educaziuone surrealista sono sempre rimasti dentro di me».
Con altrettanta profondità sono analizzati i temi cinematografici (colore, découpage, flashback, fotografia, gag, montaggio, primo piano, produttori, pubblico, suono…) e i personaggi che hanno avuto influenza diretta o indiretta su di lui. Oltre a Sade c’è Freud (a partire dalla Psicopatologia della vita quotidiana, la prima opera che lesse), poi Federico García Lorca e Ramón Gómez de la Sierna (anche amici), e Buster Keaton (amatissimo dai surrealisti al contrario del detestato Charlie Chaplin) e Alfred Hitchcock, che intervistato su chi fosse il suo regista preferito non esitò a rispondere «Buñuel». Da parte sua, il regista spagnolo non fu altrettanto gentile («Non mi piace Hitchcock» dichiarò nel 1965 a Juan Cobos), ma è indubbio che i suoi film contengano molto elementi «hitchcockiani», come si spiega nel Diccionario alla voce dedicata al maestro del brivido: durante il famoso pranzo che George Cukor diede nel 1972 in onore di don Luis, lui e Hitch erano seduti di fianco e parlarono tutto il tempo.
Perciò non si finirebbe mai di leggere questo dizionario, che non dimentica gli amici (Carrère e Pepin Bello, Max Aub e Carlos Saura…) ma neppure i «piaceri» che ne hanno allietato la vita. A cominciare dal Dry Martini, «la mia bevanda preferita», a cui è dedicata una voce.





