
L’incontro originario
11 Giugno 2026Nei giorni in cui si decide la sorte della più antica banca del mondo, il suono più eloquente che arriva da Siena è un silenzio. Non quello della città, che pure fatica a ritrovare la propria voce; non quello dei lavoratori, che l’allarme lo hanno dato subito. È il silenzio di Palazzo Sansedoni: l’unico soggetto senese che siede, sia pure su uno strapuntino, dentro la compagine sociale della banca, e che proprio per questo avrebbe il dovere statutario, prima ancora che morale, di dire una parola.
I fatti sono noti. Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio totalitaria sulle azioni di Banca Monte dei Paschi da 30,6 miliardi, e l’architettura dell’operazione prevede che 635 filiali del Monte confluiscano in una nuova entità nata dalla combinazione con Bper, destinata ad assumere il nome di Banca Monte dei Paschi: il nome, appunto. Di Siena, lo si è già scritto, resterà soltanto quello. Davanti a un passaggio simile, la Compagnia di San Paolo ha parlato per Torino, sostenendo pubblicamente l’operazione con la naturalezza di chi sa di esistere. La Fondazione senese, no.
Si dirà: con quale titolo dovrebbe parlare un socio allo 0,2 per cento? Ed è qui che il silenzio di oggi rivela la miopia di ieri. Perché quella quota irrisoria non è un destino imposto dalla legge: è il risultato di una scelta. La normativa vieta alle fondazioni di origine bancaria il controllo della conferitaria — la legge Ciampi è chiara — e il Protocollo ACRI-MEF del 2015 impone di non concentrare più di un terzo del patrimonio in un singolo soggetto, senza ricorrere a debito. Vincoli sacrosanti, nati anche dai disastri senesi. Ma dentro quei vincoli lo spazio c’era tutto: quando il Tesoro ha collocato sul mercato le sue quote — a 4,15 euro per azione nel marzo 2024, a 5,79 nel novembre successivo, in un’operazione riservata a investitori istituzionali, categoria cui la Fondazione appartiene a pieno titolo — con una frazione del patrimonio, ampiamente sotto il tetto del Protocollo, si poteva acquisire l’uno, il due per cento della banca. Per dare la scala: Anima si prese il 3 per cento con 219 milioni. Non sarebbe stata una posizione di comando, e nessuno la rimpiange; ma sarebbe stata una presenza visibile, tale da garantire un posto ai tavoli che contano, il diritto di essere interpellata prima anziché informata dopo. In una parola: il fiato per parlare. Si è preferito il gettone simbolico. E i simboli, nei momenti decisivi, non votano
Questa non è prudenza patrimoniale: la prudenza calcola i rischi, la mancanza di coraggio non vede nemmeno le occasioni. Né la responsabilità di questo immobilismo può essere caricata soltanto sulle presidenze che si sono avvicendate. Le presidenze passano; ciò che resta, a Palazzo Sansedoni come in ogni istituzione, è la struttura direzionale che attraversa i mandati e che di questa linea di minimo sforzo è stata l’interprete continuativa. Un’istituzione seria, davanti all’evidenza che la stagione della pura conservazione si chiude con la banca smembrata e la Fondazione senza voce, chiederebbe conto a chi quella stagione ha gestito. E chi l’ha gestita, se le parole hanno ancora un senso, ne trarrebbe le conseguenze.
Il nuovo presidente si è presentato con un motto rispettabile: parlare poco e fare. Ma il silenzio è una virtù del notaio, non del custode di un’eredità civile. La Fondazione non è uno studio che lavora dietro le quinte: è ciò che resta, istituzionalmente, di cinque secoli di rapporto tra una banca e una comunità. Le restava un ultimo compito, forse il solo: essere la voce dei senesi in una partita giocata interamente altrove — non per opporsi al mercato, che ha le sue leggi e le sta applicando, ma per negoziare ciò che ancora si può negoziare, presìdi, funzioni, occupazione, e per dire pubblicamente ciò che la città ha il diritto di sentirsi dire.





