
Niente piedistalli. I lupi di Rivalta e gli stendardi delle Contrade: Piancastagnaio si racconta con l’arte contemporanea
12 Giugno 2026di Pierluigi Piccini
Mi sono arrivate addosso due parole, qualche tempo fa. Visionario e divisivo. Dette insieme, come si porge un pacchetto: la prima è il fiocco, la seconda è il contenuto. Sul momento non ho risposto niente. Le ho messe via, come faccio con le cose che non so subito dove mettere, e ogni tanto, la sera, le tiro fuori e le guardo.
Visionario, da solo, sarebbe quasi un complimento. Ma non arriva mai da solo: l’altra parola gli sta attaccata e serve a svuotarlo. Vedi cose che non ci sono, e intanto rompi quelle che ci sono. Ti concedono gli occhi per negarti le mani.
Da giovane le avrei indossate come una medaglia, con i santi protettori scelti apposta — Pasolini delle Ceneri, Gaber che ti divideva prima di tutto da te stesso, e più indietro il frate nolano che pagò il prezzo intero. C’è un’età in cui essere contro è una forma di vanità. Quell’età è passata, e oggi davanti alle due parole faccio una cosa più noiosa e più seria: vado a vedere i fatti.
Perché divisivo è un giudizio sugli effetti, non sulle persone. Una scelta è divisiva se restringe, se lascia fuori, se costruisce un dentro sempre più piccolo. Allora contiamo. Le scelte che mi vengono rimproverate hanno prodotto platee trasversali; hanno messo nella stessa stanza gente che non si parlava; hanno perfino riportato dentro chi, in passato, davanti ad altre scelte, si era chiamato fuori. Si può discutere tutto, ma i fatti hanno questa scortesia: si possono contare. E i conti dicono inclusione.
Certo, ogni scelta esclude qualcosa o qualcuno. Ma non è un difetto della scelta: è la sua definizione. Una scelta che non esclude niente non è una scelta, è un galleggiamento. Ed eccoli, i veri produttori di divisione: i tiepidi, quelli che non scelgono mai per stare un po’ sopra a tutto, equidistanti da ogni cosa, disponibili a ogni esito. Sembrano i custodi dell’unità e ne sono i becchini, perché dove nessuno sceglie nessuno si incontra: ognuno resta dove stava, e le distanze si congelano. Dante li mise nell’antinferno, non degni nemmeno di una condanna piena. Ma la sentenza definitiva sta nell’Apocalisse, ed è quella che Bloch riprende nel Principio speranza per ricordarci che il cristianesimo nacque come fuoco e non come tisana: poiché sei tiepido, né caldo né freddo, ti vomiterò dalla mia bocca. Il concetto è stupendo, e dice tutto: il tiepido non viene condannato, viene espulso con il gesto del corpo che rifiuta ciò che non sa di niente. Chi sceglie traccia una linea — ma una linea si può attraversare, e lo dimostrano quelli che sono tornati. Il tiepido non traccia niente, e attorno al suo niente non torna nessuno.
C’è però una cosa che le due parole non dicono, e che si scopre solo vivendola. Attraversare il senso comune fa male. Non è il gesto eroico che si immagina da giovani: è un passaggio freddo, e dall’altra parte, almeno per un tratto, non c’è nessuno. Il senso comune è caldo per definizione — è il calore degli altri, delle frasi che si possono dire a cena senza che cali il silenzio. Ma ha anche una filosofia segreta, mai dichiarata, ed è quella di Hegel nella sua versione più comoda: il reale è razionale, il razionale è reale. Detta così, è la formula perfetta del conservatore — ciò che esiste è giustificato dal solo fatto di esistere, e ogni cosa non ancora visibile è per definizione fantasia. Bloch rovescia il tavolo: l’essere non è la staticità dell’esistente, è un non-ancora. Il reale è incompiuto, contiene il proprio futuro come il seme la pianta, e l’utopia non è evasione dal concreto — è il concreto colto nella sua direzione. Allora si capisce che cosa fa il visionario, e perché resta solo: non vede cose che non ci sono; vede il non-ancora delle cose che ci sono. Abita il reale più degli altri, non meno. E la sua solitudine è la temperatura naturale di chi arriva in anticipo dove gli altri non sanno ancora di dover andare. Non conosco un’altra porta: tutto ciò che è stato creato è passato di lì. Poi, se quello che si è visto era vero, gli altri forse arriveranno se vorranno, spesso solo se gli sarà conveniente.
E siccome il comò è il posto dove non si mente, aggiungo l’ultima cosa, quella che nei pezzi seri si taglia sempre: tutto sommato, quelle due parole mi piacciono. Quando le rimetto nel cassetto, lo chiudo piano, come si fa con le cose a cui si tiene. Perché le alternative le conosco: equilibrato, prudente, banale — gli aggettivi di chi non ha mai fatto paura a nessuno, non è mai rimasto solo, non ha mai attraversato niente. Quelli sì che non vorrei trovarmeli nel cassetto.





