
Il nome
13 Giugno 2026
Custodire
14 Giugno 2026C’è un’estate inglese che non accade nel cielo, ma sui muri e sui prati: la stagione delle mostre, quando le sale riaprono come si aprono i ricci a fine settembre, lasciando intravedere il frutto che custodivano. Quest’anno, a guardarle insieme — quattro aperture tra Londra e le colline dello Yorkshire —, sembrano comporre meno un cartellone che una piccola cosmologia. Quattro modi di stare sul margine: la costa, la terra, la folla, il congedo.
Si parte dal mare. Al Courtauld, Hepworth in Colour raduna le visioni in bianco e azzurro della grande scultrice di St Ives, e c’è chi dice di sentirvi cantare le sirene. È un’immagine antica — il poeta che le udiva ciascuna all’altra, e dubitava che cantassero per lui — ma qui torna senza malinconia. Perché il colore, in Hepworth, non è ornamento posato sulla forma: è la forma che respira. L’azzurro non riveste la pietra, la attraversa, come la luce attraversa l’acqua marina e ne fa una sostanza diversa, abitata. Si capisce, davanti a queste opere, che il colore è una soglia: il punto in cui la massa cessa di essere peso e comincia a essere mondo. Non un di più, ma il modo in cui una cosa accetta di darsi allo sguardo.
Dal mare alla terra il passo è breve, e lo compiono — a Yorkshire Sculpture Park — gli artisti indigeni del Nord America riuniti sotto un titolo che è già un piccolo trattato: Hold to this Earth, tieni a questa terra. Tenere non è possedere. È un verbo di appartenenza, non di proprietà: si tiene a ciò che ci tiene a sua volta, come il figlio tiene alla madre e il vivente al suolo che lo nutre. In quella visione ecologica — che a noi, dalle nostre montagne di castagno e di vapore, suona stranamente domestica — la terra non è risorsa da spremere ma parente da onorare. È un pensiero che l’Occidente ha quasi disimparato e che queste opere ripropongono senza predica, lasciando che siano le forme a ricordarlo: che non stiamo sopra la terra come padroni su un magazzino, ma dentro di essa come ospiti dentro una casa più antica di noi.
Poi c’è la folla. La Summer Exhibition della Royal Academy è la più anglosassone delle istituzioni: ogni anno un esercito di appassionati venuti da ogni angolo del Regno appende le proprie opere a Burlington House, fianco a fianco con i nomi consacrati. Si può sorridere di questo grande affollamento democratico, di questa parete che mescola il maestro e il dilettante senza riguardo per le gerarchie. Ma è proprio lì la sua dignità segreta: il muro come bene comune, luogo dove la mano anonima non viene cancellata dal nome celebre, ma gli sta accanto. Una cosa rara, di questi tempi. Ci ricorda che l’arte, prima di essere firma e mercato, è un gesto che chiunque può tentare, e che la comunità si misura anche dalla generosità con cui fa posto a chi non è nessuno.
E infine il congedo. Da White Cube, a Bermondsey, un gigante dell’arte tedesca dice addio. Le sue opere tarde non si rassegnano: ardono, si ribellano, come voleva quel poeta che intimava di non entrare docili in quella buona notte e di infuriarsi contro il morire della luce. È il momento più severo della stagione, e forse il più necessario. Perché l’artista che per una vita intera ha rovesciato il mondo — capovolto le figure per costringerci a vedere la pittura e non la cosa — ora si trova davanti al rovesciamento ultimo, quello che non si può dipingere ma solo affrontare. E lo affronta dipingendo. È la più antica delle risposte umane alla finitezza: non negarla, ma rispondervi con un’opera, fare del limite la materia stessa del gesto.
Quattro mostre, dunque, e un’unica linea che le tiene. Si comincia con il colore che fa respirare la pietra e si finisce con il colore che si ribella al buio; in mezzo, la terra a cui appartenere e la moltitudine a cui far posto. Non è difficile leggervi, sotto i nomi e le occasioni, le quattro domande che ogni civiltà si porta dietro: come darsi allo sguardo, come abitare la terra, come stare insieme, come congedarsi. Gli inglesi le affidano, con la loro discrezione, a una stagione di vernissage. Ma sono domande che riconosciamo, perché sono anche le nostre — solo che da noi non hanno sale di museo, hanno boschi, miniere, fuochi che vengono da sotto. Anche quello, a suo modo, è un cantare delle sirene: una voce che sale dal margine e ci chiama a tenere a questa terra, finché c’è luce.





