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14 Giugno 2026Scrittrici tedesche Una modesta ma assai avvenente attrice e un rampante bellimbusto, che la lascerà, si incontrano: nel giorno in cui Bachmann conobbe Frisch. «Requiem per Fanny Goldmann», l’ultimo torso narrativo, da Adelphi
A due anni dalla pubblicazione del Trentesimo anno, nelle lettere del 1963 Ingeborg Bachmann cominciò a parlare del progetto narrativo Cause di morte, proprio mentre avviava il lavoro a una delle sue tessere, il nucleo sull’attrice viennese Fanny, pubblicato solo quindici anni più tardi con il titolo Requiem per Fanny Goldmann. Un anno dopo, di ritorno da un viaggio in Egitto e Sudan, l’autrice sospese questo primo abbozzo che aveva già come titolo provvisorio Gli anni rubati – poi inserito come parte conclusiva della storia – per mettere mano a un altro complesso, più ampio e più ambizioso testo, che confluirà nel Libro Franza: un culto tra gli anni Settanta e Ottanta.
Nel 1966, i due romanzi – quello su Fanny Goldmann e quello su Franza – riprendono a camminare in parallelo, anticipati infine dalla pubblicazione nel 1971 di Malina ed entrambi apparsi, postumi e incompiuti, nel 1978. Ripubblicato da Adelphi nella storica traduzione di Magda Olivetti, il frammento in prosa Requiem per Fanny Goldmann («Biblioteca Minima», pp. 96, € 7,00) racconta della donna con le spalle più belle di Vienna, pars pro toto, seguendo lungo tutto il libro l’avvenenza via via più languida e sfinita dell’attrice Fanny Wischnewski.
Figlia di un misterioso colonnello, probabile complice nell’omicidio del cancelliere Dollfuss e suicida all’indomani dell’Anschluss, Fanny va in sposa a Harry Goldmann, ufficiale addetto alla sezione cultura presso le truppe d’occupazione americane, originario di Vienna e di ritorno in città dopo l’esilio californiano; di lì a sette anni, il matrimonio è rotto.
Fanny non è una grande attrice ma ha garbo, esibisce un eloquio inappuntabile e sa stare in società: per qualche anno fa furori, più sulle copertine che sui palcoscenici e, sulla scia della notorietà, incontra il giovane scrittore Toni Marek, originario della provincia austriaca e assetato di fama, avido delle entrature che Fanny può garantirgli nel bel mondo viennese, e disposto a sacrificare ogni legame pur di piazzare un romanzo d’esordio.
Fanny ha ormai passato i quaranta e il rampante bellimbusto non esita a lasciarla per la giovane fotografa Karin, pur continuando a pretendere da lei il suo tornaconto e inviandole in bozza il suo romanzo di debutto, dove Fanny intravede – non si sa con quale grado di distorsione della realtà – riferimenti obliqui o diretti ai racconti che gli aveva affidato in confidenza. Mentre Toni procede con il vento in poppa verso dubitabili allori, al fianco la bionda e soccorrevole valchiria, Fanny, impigliata in un intrico emotivo insieme soffocante e spettrale, si dà all’alcol e poco dopo muore, forse di broncopolmonite.
Questa la trama, esile e disadorna, dell’ultimo abbozzo di Ingeborg Bachmann: poco più che un torso romanzesco solcato da lacune, salti, omissioni, incoerenze del dattiloscritto su cui, tuttavia, sono integralmente innestate le questioni che, come una dorsale, attraversano la sua prosa: la sofferenza femminile e la persistenza del nazionalsocialismo nella violenza, sottile e chirurgica, inflitta ogni giorno senza spargimenti di sangue, replicata negli atti puntiformi di fascismo quotidiano che riproducono su scala minore, forse meno magniloquenti ma identici nell’esito, i crimini del recente passato.
Se il Libro Franza oscilla tra atmosfere ora mistiche ora allucinatorie – con un’ambientazione che si squaderna dal mito primordiale e sfumato della nativa Carinzia alla lisergica pulsionalità del deserto egiziano, teatro di tanti sdoppiamenti identitari – Requiem per Fanny Goldmann è meno torbido e abissale. L’argomento di fondo è, anche stavolta, l’annientamento della protagonista da parte dell’autorità maschile e il delitto dell’anima di cui è vittima; ma, riavvolgendo il nastro della vita di Fanny, il tema si dispiega in una patografia a tratti irriverente, modulata su toni che trascorrono dall’umoristico al tragicomico, accordati a un virtuosistico discorso indiretto libero che fa precipitare sulla pagina, quasi a cascata, i pensieri della protagonista, con pointe ironiche che talvolta mostrano affinità con le tirate di Thomas Bernhard, seppure prive della sua furia verbigerante, e a volte invece contigue – è la stessa Bachmann a riconoscerlo scrivendo al musicista Hans Werner Henze – al registro da operetta.
Tolta la sezione Gli anni rubati, risalente al 1963, prima per cronologia e quasi austera nel registrare il dissesto della protagonista, la composizione più matura, posteriore di tre anni, è inquadrata, con le parole della stessa autrice all’editore Siegfried Unseld, nella cornice di un contrasto ironico tra austriaci e tedeschi. L’idiosincratico atteggiamento della protagonista appare evidente nelle descrizioni di Karin, nativa della regione del Taunus, mezza unna dal nome improbabile, del tutto privo dell’indolente e musicale eleganza austriaca, il tono di voce di molti decibel sopra la media, la macchina fotografica sempre appesa al collo: una «figlia del Reich millenario, lunga e graziosa, concepita sotto il ritratto di Hitler».
Più che in altre prose, la scia autobiografica è nelle pagine del Requiem assai marcata: l’incontro tra Fanny e Toni avviene, non a caso, il 3 luglio, lo stesso giorno in cui Bachmann, nel 1958, aveva incontrato Max Frisch a Parigi, intessendo con lui una relazione che sarebbe durata cinque anni. Impossibile non scorgere – nelle altalene emotive nel rapporto tra Fanny e Toni e nella profonda amarezza che le provocano le indiscrezioni sul suo conto contenute nel romanzo del giovane esordiente – precisi riferimenti al legame con Frisch, quasi Bachmann volesse ripagarlo dopo la pubblicazione nel 1964, di Il mio nome sia Gantenbein, rielaborazione letteraria della loro tormentata storia d’amore. Forse anche per questo carattere scopertamente personale, altrimenti che nel Libro Franza di cui Bachmann lesse passi in pubblico già nel 1966, Requiem per Fanny Goldmann non fu mai oggetto di letture.
È però nella progressiva alterazione della protagonista che il Requiem raggiunge il suo nucleo più perturbante: più Toni si allontana, più il mondo attorno a Fanny perde stabilità, si deforma in un teatro di segni ostili, di allusioni, di nomi e gesti pregni di minaccia. E la distruzione, più che evento spettacolare, assume la forma di un lento slittamento percettivo; attorno alla protagonista il mondo si fa sempre più estraneo e allusivo: i nomi, le inflessioni, i gesti minimi, gli oggetti condivisi con Toni sembrano caricarsi di un’inquietudine opaca e persecutoria. Fanny fluttua così in una zona intermedia tra memoria, visionarietà, ossessione e chiaroveggenza, mentre i contorni delle cose e degli ambienti sembrano dileguare. Anche perciò, il carattere frammentario del testo non è un limite, ma quasi una forma necessaria: il romanzo rimane aperto perché aperta, irredenta e irrimarginabile è la ferita che attraversa Fanny e, forse, l’intera prosa tarda di Bachmann.





