
Il prezzo di un nome
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II. Come Nicodemo
di Pierluigi Piccini
Nella prima parte ho detto cosa Siena getta via uscendo dal Terzo Settore. Resta la domanda più scomoda: cosa mette al suo posto. E qui non bastano le buone intenzioni — bisogna leggere lo statuto come si legge un atto, nei rinvii normativi, nei verbi, nelle competenze che migrano da un organo all’altro. È lì, e solo lì, che si misura la posta.
La nuova natura ha un nome, e lo dichiara il nuovo articolo 1: ente di diritto privato in controllo pubblico. Ma l’ente in controllo pubblico non è terra di nessuno. Ha una disciplina precisa e un nome tecnico per il suo cuore: il controllo analogo. Che non significa, attenzione, «nominare». Significa esercitare sull’ente un’influenza effettiva e continua, fatta di tre cose inderogabili: un indirizzo vincolante a monte, un flusso informativo costante, una rendicontazione verificabile. È la nozione che il diritto europeo e nazionale impongono a chiunque rivendichi il controllo su un organismo; è ciò che il TUEL, all’articolo 147-quater, chiede al Comune di garantire sugli enti partecipati. Nominare è solo il primo gesto. Senza gli altri tre, il controllo non c’è: c’è l’occupazione delle caselle.
Ed eccola, la sostanza. Questa riforma prende dell’ente in controllo pubblico la sola parte che dà potere — la nomina — e butta via, una per una, tutte le parti che impongono responsabilità. Il Comune, socio unico, nomina tutto: Presidente, maggioranza del Consiglio, e perfino la «minoranza», per via della clausola di sussidiarietà introdotta agli articoli 13 e 20. Fin qui il potere. Poi: si cancella all’articolo 15 il documento programmatico di mandato, cioè l’indirizzo vincolante — il primo requisito del controllo analogo. Si elimina all’articolo 7 la trasmissione dei bilanci al Comune — il secondo requisito, il flusso informativo. Si trasferisce all’articolo 16 la determinazione dei compensi dall’Assemblea al Consiglio stesso, che così si autoremunera e attribuisce un compenso al proprio Presidente — e salta la rendicontazione indipendente, il terzo requisito. E per chiudere il cerchio, all’articolo 21 ci si dichiara esenti dalla contabilità pubblica.
Si capisce allora che il risultato non ha nome nella buona amministrazione, perché non è nessuno dei due modelli leciti. Non è l’autonomia partecipata del Terzo Settore, che abbiamo lasciato. E non è il controllo pubblico, perché di quel controllo mancano tutti e tre i requisiti tecnici: l’ente che ne rivendica la natura ne ha svuotato la sostanza. Quel che resta è una terza cosa: il potere politico che passa interamente per la nomina e non incontra più alcun contropotere. Non controllo. Cattura.
In questo disegno l’articolo 20 non è un dettaglio, è la firma. Il Comitato Scientifico era l’ultimo contrappeso indipendente dalla nomina: un organo tecnico che produceva indirizzo e a cui nessuna scelta poteva sottrarsi. Da supervisore con documento annuale a portatore di un «parere non vincolante» reso su richiesta. Io in quel comitato ho lavorato, e so esattamente che funzione aveva: era il punto in cui la competenza poteva fermare la convenienza. Toglierlo di mezzo, mentre si eleva la «produzione contemporanea» a finalità primaria, significa rimuovere l’unico filtro che non dipendesse da chi nomina. Il quadro torna: ogni garanzia che non passi per la nomina viene neutralizzata.
Resta il modo, e il modo è la prova del fine. Una riforma che cambia la natura giuridica di un’istituzione e ne riscrive ogni equilibrio viene presentata come «aggiornamento», sepolta in una tabella a fronte che pochi leggeranno, licenziata con i pareri e la data ancora in bianco, e con la richiesta di immediata eseguibilità a chiuderla in fretta. Si concentra il potere alla luce e si smontano i controlli al buio. È il metodo di Nicodemo, che da Gesù andava di notte: non per fede, ma perché di giorno non voleva essere visto.
Le Commissioni hanno discusso, il Consiglio voterà, e sappiamo già come andrà a finire: la maggioranza che ha scritto questo testo lo approverà, e lo chiamerà innovazione. E sappiamo anche perché l’opposizione non darà battaglia vera: su un punto come questo destra e sinistra si ritrovano d’accordo, magari senza dirlo, per la più antica delle ragioni — l’alternanza. Chi oggi siede all’opposizione sa che domani toccherà a lui nominare, e nessuno indebolisce di proposito la leva che un giorno impugnerà. Il controllo senza contropoteri non è allora la vittoria di una parte sull’altra: è il patto tacito fra le parti, che si passano l’istituzione di mano in mano come un bene di famiglia. A perderci non è la minoranza di turno: è la città, lasciata fuori dalla porta qualunque sia il colore di chi la varca. Non scrivo per illudermi che basti un argomento a fermare una decisione già presa. Scrivo perché resti agli atti che la decisione c’era, e che era leggibile: non un restauro dello strumento, ma la sua conversione in pura leva di nomina, ottenuta sottraendo a chi rivendica il controllo pubblico i doveri che quel controllo impone — l’indirizzo, i conti, la garanzia tecnica. È la differenza tra controllare e occupare. Toglierli tutti, e di notte, non è una svista: è il progetto. Domani nessuno potrà dire di non aver visto. Al massimo dirà di non aver guardato.





