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di pierluigi piccini
I. La croce e il Tempio che non c’è
Quando, nel corso dei restauri, la calce del chiostro di San Bartolomeo è venuta via, sotto sono riaffiorate alcune croci dal piede appuntito. È bastato questo perché la letteratura del mistero amiatino vi riconoscesse la mano del Tempio. La croce fichée, si è detto, quella dei monaci-guerrieri: dunque i Templari sono passati anche di qui, anche Piancastagnaio ha la sua scheggia di leggenda nera, il suo brivido di cavalieri e di roghi. È una tentazione comprensibile, e proprio per questo va smontata per prima, perché è il modo esatto in cui un luogo proietta sul proprio passato la mitologia di cui ha bisogno, invece di leggervi la storia che ci sta scritta.
Il ragionamento templare parte dal simbolo e torna indietro a cercare l’istituzione. Ma il simbolo non è una firma. La croce dal piede appuntito ha attraversato dinastie, sigilli, blasoni, ordini cavallereschi e devozioni popolari per quattro secoli, e una croce affiorata sotto la calce in un chiostro francescano ha spiegazioni molto più sobrie e molto più probabili di una guarnigione di cavalieri. Soprattutto, manca il solo elemento che conterebbe: il documento. Non un censo, non una magione, non una grangia. Niente. Gli insediamenti templari accertati sull’Amiata e lungo la Francigena stanno altrove — verso Arcidosso, alla Pieve di Lamula, giù alla Magione di Poggibonsi — e Piancastagnaio non compare in nessun elenco che non sia quello del desiderio. La croce sotto l’intonaco dice che lì c’era una croce. Non dice che lì c’era il Tempio.
Conviene allora chiedersi davvero come ci siano finite, quelle croci, perché la risposta è meno romanzesca della leggenda ma non per questo banale. Quasi certamente sono ciò che resta della decorazione originaria del convento, coperta da una scialbatura successiva — una mano di calce in età settecentesca, forse, di quando la chiesa fu pesantemente rimaneggiata e ri-consacrata, o di dopo la soppressione — e riemersa quando, nei restauri, lo strato più recente è caduto. È la dinamica normale di ogni edificio antico: gli strati si sovrappongono, la calce copre la decorazione medievale, e secoli dopo quella torna a galla, isolata, senza più il contesto che le dava senso. E le funzioni sobrie sono almeno tre, nessuna delle quali ha bisogno dei cavalieri. Possono essere croci di consacrazione, quelle che il vescovo segnava col crisma sulle pareti nel rito di dedicazione, e che venivano poi fissate. Possono essere croci apotropaiche di soglia, poste agli angoli e ai passaggi dei chiostri a marcare e proteggere il confine sacro. O possono essere semplicemente croci devozionali, parte del programma decorativo eseguito dalle stesse maestranze senesi che lavorarono al resto. È il restauro stesso ad averle trasformate in enigma: strappando l’intonaco si è strappato anche il contesto, e un segno isolato, senza iscrizione né data, diventa una macchia di Rorschach su cui ciascuno proietta la storia che preferisce. La domanda giusta non è di chi sono. È a quale programma appartenevano. Cambiata la domanda da “chi” a “a che serviva”, il mistero si dissolve nella storia, che è sempre più interessante.
E la storia che ci sta scritta è francescana, ma di una specie precisa. San Bartolomeo non nasce da un soffio di poverelli: lo fonda il vescovo di Sovana, fra il 1276 e il 1278, e lo pianta accanto alla Rocca aldobrandesca — la croce di fianco alla pietra del potere signorile, in terra di confine. È un’istituzione diocesana che usa la grammatica della povertà francescana come strumento di radicamento. E qui sta la frattura vera, quella che non si vede a occhio nudo ma che è incisa nel luogo molto più profondamente di qualunque croce: nel 1504 il convento passa ai Minori Conventuali. Non agli Osservanti. È il ramo francescano che ha accettato la proprietà, la rendita, la stabilità, la libbra di cera l’anno; l’ordine della povertà che amministra patrimoni. Il convento, fin dall’inizio, è il luogo dove la regola della rinuncia si piega a dispositivo di possesso. Sotto l’intonaco non c’è il mistero esoterico: c’è una contraddizione molto più scomoda, la povertà che governa la roba.
Fine della prima parte. Segue la seconda — «Il centro e la soglia».





