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C’è un dettaglio, nella rassegna politica di questi giorni, che vale più di tutte le interviste rilasciate alle convention. Mentre Salvini e Vannacci si contendono a distanza la proprietà simbolica della Nazione, a Roma un consigliere comunale contesta una pensilina degli autobus perché «fa ombra dietro». L’ombra che cade nel punto sbagliato, lontana da chi aspetta seduto: è l’immagine più onesta dell’intera stagione. Perché è esattamente questo che la destra di governo ha smesso di saper fare. Declama il riparo e non riesce a proiettarlo dove le persone effettivamente stanno.
Conviene partire dalla Lega, che di questa parabola è il caso clinico. Quello che viene raccontato come un conflitto di poltrone — Zaia e Fedriga vicesegretari sì o no, lo statuto da rivedere, la «cabina di regia» offerta come contentino — è in realtà la frattura di una comunità che non condivide più un mestiere. Il Veneto e la Lombardia producono amministrazione: strade, sanità, concessioni, bilanci, voti che arrivano perché qualcuno ha governato e si vede. Il segretario federale produce un’altra cosa, la visibilità nazionale, che è un’industria diversa, con una clientela diversa e tempi diversi. I governatori del Nord vivono ormai la condizione della fabbrica che mantiene la sede di rappresentanza nella capitale: mettono i risultati, e spendono un marchio che non controllano. Quando Zaia dice che «se l’autonomia non si raggiunge bisogna cambiare l’oggetto sociale», sta facendo un discorso quasi contabile. Noi produciamo, voi consumate il nome.
Ma sono prigionieri proprio di quel nome. Fuori dalla Lega, da soli, quei governatori finirebbero sotto la soglia di sbarramento. Hanno i voti e la legittimità, non hanno né lo statuto né la cassa. Per questo minacciano e non rompono, fanno circolare locandine — «se c’è lui io non ci sarò» — e poi restano. È la posizione classica del socio che pesa nella sostanza e conta nella forma di una minoranza: può solo fare rumore. Salvini lo sa, e infatti la sua risposta non è una riforma ma un rinvio elegante — «ci penseremo fra tre anni» — con sopra il sogno di restaurazione del Viminale. Che non è una strategia: è nostalgia. È rigiocare il 2018 sperando che la stessa mossa funzioni due volte, perché un’offerta nuova non c’è.
E qui entra Vannacci, che sale per una ragione semplice e quasi imbarazzante nella sua chiarezza: il rancore è un prodotto a costo di magazzino zero. Non devi governare niente, non rispondi di niente, non hai una buca da tappare né una pensilina da orientare. In una politica fatta di espressione e non di responsabilità, non avere territori non è un limite, è un vantaggio competitivo. Futuro Nazionale supera la Lega nei sondaggi — in più rilevazioni di queste settimane il sorpasso è netto — proprio perché non paga i costi che la Lega paga. Chi amministra accumula nemici a ogni delibera; chi grida accumula soltanto amici. «Siamo la feccia, i figli di nessuno», è lo slogan con cui il generale si presenta. Non è una provocazione estemporanea: è un modello di impresa. Figli di nessuno significa senza padri, senza luoghi, senza oggetto sociale di cui rispondere. È il rovescio esatto della rivendicazione dei governatori. Uno chiede di tornare al fondamento; l’altro fa politica sull’assenza di fondamento, e la trasforma in marchio vincente.
Il guasto vero — quello che dovrebbe interessarci al di là della rissa quotidiana — è che una tradizione si è sciolta e nessuno la raccoglie. L’idea che una comunità governi le proprie risorse; che il potere stia vicino a dove le cose accadono; che la sussidiarietà non sia uno slogan ma un metodo: tutto questo era, alle origini, patrimonio leghista. Salvini l’ha nazionalizzato, Vannacci lo sta etnicizzando. E in entrambi i movimenti accade la stessa cosa: ci si allontana dal luogo. La sovranità del territorio diventa sovranità dei confini; la concessione diventa la frontiera; la comunità che amministra diventa la comunità che si difende. Resta orfana l’unica domanda che conti davvero — chi decide, e dove — mentre il dibattito migra verso l’identità, che costa meno e rende molto di più in clic.
È un vuoto che si misura ogni volta che un’opera, una concessione, un’area di crisi industriale chiama in causa il rapporto tra centro e periferia: chi ha titolo a decidere su ciò che insiste su un territorio, e con quali poteri reali. Non c’è più, a destra, nessuno che difenda il principio per cui un’amministrazione locale debba avere voce sulle proprie risorse e sul proprio sviluppo. La parola «autonomia» è rimasta nei sondaggi e sparita dai cantieri. Il che spiega anche perché Vannacci possa permettersi di dettare le sue «linee rosse» con l’aria di chi concede un favore: senza di lui la coalizione non raggiunge la soglia del premio — il perimetro attuale resta sotto il 42%, con lui sale oltre il 47 — e dunque dispone di un potere di veto che non ha conquistato governando, ma standosene comodamente fuori. È estorsione legittima, e tutti la chiamano trattativa.
Resta la pensilina. Mentre i grandi nomi si contendono la titolarità della Nazione, l’amministrazione reale del Paese si riduce a un consigliere che si accorge che l’ombra cade dove non serve. Verrebbe da riderne, se non fosse la cosa più seria della giornata. Perché quella è la politica che tocca la pelle delle persone — il riparo dal sole alla fermata dell’autobus, l’acqua che esce dal rubinetto, la strada che non si allaga — ed è precisamente la politica di cui nessuno di questi signori vuole più occuparsi. Continueranno a discutere di chi possiede la Nazione. Ma la Nazione, intanto, aspetta l’autobus all’ombra di una pensilina costruita al contrario.





