
Il giorno dei funerali di Khamenei: un mondo che seppellisce, scava e minaccia
3 Luglio 2026Ci sono autori che a un certo punto smettono di essere autori e diventano stanze in cui si torna. Rilke e Heidegger, per me, sono due stanze comunicanti di una casa che abito da più di cinquant’anni. Mi hanno formato non per le risposte che danno — non ne danno, ed è la loro grandezza — ma per una postura.
Il pensatore, si sa, fu ingeneroso col poeta. Lo relegò nel cono d’ombra della metafisica, accanto a Nietzsche: uno che arriva alla soglia e non la varca. Il tuo aperto, gli disse in sostanza vent’anni dopo la sua morte, è l’opposto del mio: tu lo vedi negli occhi dell’animale, io nella radura dove solo l’uomo sta. Ma le distanze più nette si prendono sempre da ciò che ci somiglia troppo, e il debito c’era: negli anni della formazione, accanto a Nietzsche e Kierkegaard, lui stesso nominava le poesie di Rilke.
Ho sempre pensato che quella polemica fosse una questione di sostanza e di nome. Il nome — l’aperto — era lo stesso; la sostanza divergeva, o così si voleva. Ma sotto entrambe le parole c’è il medesimo patimento: la coscienza che qualcosa, in noi, si è messo davanti al mondo invece di starci dentro. Il poeta lo chiamava il tornante della coscienza; il pensatore, la dimenticanza dell’essere. Due nomi, una ferita.
Da giovane li leggevo per capire; ora li leggo per resistere. Dal primo ho imparato che il limite non si supera: si canta. L’angelo delle Elegie non consola, misura: è la figura terribile davanti alla quale scopri quanto è piccolo il tuo dire, e proprio per questo cominci a dire davvero. Dal secondo ho imparato che il nostro tempo è indigente non perché manchi qualcosa, ma perché non ci accorgiamo più della mancanza: la notte così avanzata da non sapere più di essere notte. Chi ha amministrato città e territori sa che è la diagnosi più esatta del presente: un’epoca che ha smarrito perfino la nostalgia.
Vivo su una montagna che è essa stessa una cosmologia, un fuoco di sotto che spinge e una comunità di sopra che tiene. E l’aperto, qualche volta, lo intravedo negli occhi di qualche lupo: quel modo che hanno le bestie di stare nel mondo senza contrapporvisi. Noi no. Noi stiamo davanti — alle carte, alle delibere, agli archivi, alle polemiche. È il nostro destino e forse il nostro compito: solo chi sta davanti al mondo può prendersene cura, e la cura è l’altro nome di ciò che chiamiamo abitare.
C’è infine una cosa che il poeta sapeva con una nudità che al filosofo mancò: il congedo non è perdita, è assunzione. Alla mia età si capisce meglio. Continuo a parlare con chi non c’è più — persone, istituzioni, città che sono state — e mi accorgo che questo parlare coi mancanti è l’unica preghiera laica che mi è rimasta. Lodare, nonostante. Dire sì alla terra una volta soltanto, proprio perché una volta soltanto.
Nel comò tengo i loro libri nello stesso cassetto. A volte, aprendolo, mi pare di sentirli discutere ancora: l’aperto è degli animali, dice uno; no, è dell’uomo, risponde l’altro. E la notte fuori dà ragione a tutti e due.





