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Il ritorno e la freccia
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C’è un filo che attraversa le letture di questa settimana, e per una volta non l’ho cercato io: si è imposto da solo, come accade alle cose vere. È il filo della mancanza, o meglio del rapporto sempre più incerto tra il desiderio e il suo oggetto, tra il nome e la sostanza, tra ciò che si promette e ciò che si mantiene.
Si parte dalla Corea del Sud, dove Il Tascabile racconta il fenomeno dei “siti dopaminici”: piattaforme che replicano in ogni dettaglio l’esperienza dell’acquisto online — si naviga tra prodotti, si confrontano offerte, si aggiungono articoli al carrello, si inserisce persino l’indirizzo di spedizione, e alcuni simulano addirittura il tracciamento del pacco in viaggio verso casa — con una sola, decisiva differenza: non si compra nulla. Il ristorante non esiste, il pacco non arriverà mai. Eppure funziona, perché quando si clicca sul tasto “compra” il cervello rilascia dopamina prima ancora che il pacco arrivi: è l’anticipazione, non il possesso, a generare la scarica di piacere. Una generazione stanca, indebitata o semplicemente in cerca di benessere a costo zero ha così scoperto che il consumo può fare a meno della cosa consumata. È il capitalismo giunto alla sua verità ultima: non vende oggetti, vende attese. E quando l’attesa basta a se stessa, l’oggetto diventa superfluo. Resta da capire, come si chiede giustamente l’articolo, se questa scorciatoia chimica sia un argine contro il consumismo o un ulteriore allenamento del cervello a cercare gratificazione istantanea anche dove non c’è nulla da ottenere. Sospetto la seconda: il desiderio educato al vuoto non si emancipa dal mercato, si prepara a mercati ancora più immateriali.
Dalla terra al cielo, la parabola si ripete. Sempre Il Tascabile dedica un lungo pezzo alla Stazione spaziale internazionale, il cui sogno è ormai “scaduto”: nel 2031 è previsto il suo pensionamento, e una seconda stazione internazionale, più moderna, più efficiente, aperta anche ad altre agenzie, non ci sarà. Vale la pena ricordare da dove veniva quel sogno: dal rendez-vous tra Apollo e Soyuz, quando ingegneri sovietici e americani si confrontarono aspramente su filosofie di progettazione opposte — i primi preferivano l’automazione, i secondi il controllo manuale di astronauti addestrati — e da quella disputa nacque, paradossalmente, la più grande e complessa opera di ingegneria mai prodotta dall’umanità, frutto della collaborazione tecnica e diplomatica di quindici paesi e cinque agenzie spaziali. La ISS era la prova materiale che il conflitto poteva convertirsi in cooperazione, che due sistemi ostili potevano abitare la stessa casa a quattrocento chilometri dalla Terra. Il fatto che quella casa venga dismessa senza erede non è un dettaglio tecnico: è il sintomo di un’epoca che ha smesso di credere alle opere comuni. Anche qui, in fondo, una promessa senza consegna: l’umanità ha simulato per trent’anni l’unità del genere umano, poi ha chiuso il sito.
Contro questa deriva dell’immateriale, la settimana ha offerto due antidoti, ed entrambi vengono — non a caso — dalla letteratura e dalla pittura, le arti della presenza. Il Fatto pubblica un estratto delle lezioni di Borges su Dickens, in uscita da Adelphi: il cieco di Buenos Aires che racconta agli studenti un uomo venuto dal popolo, dalla classe media più bassa, figlio di un agente di commercio che conobbe spesso il carcere per debiti, e che chiama Dickens “un amico per tutta la vita”. È una definizione che vale un trattato di estetica. L’amicizia con un autore è l’esatto contrario del sito dopaminico: non anticipa nulla, accompagna; non promette la consegna, è la consegna stessa, rinnovata a ogni rilettura. Dickens, che aveva conosciuto la miseria e la fabbrica di lucido da scarpe, non simulava la vita: la restituiva aumentata di compassione. E Borges, il più cerebrale degli scrittori, lo sapeva meglio di tutti — perché solo chi ha attraversato i labirinti riconosce il valore di una mano tesa.
Su Repubblica, Recalcati recensisce il saggio di Gaetano Romagnuolo sui due Freud, e la domanda di partenza è quella di Stephen Dedalus: cosa c’è in un nome? Questione di filiazione ed eredità che mi è cara da sempre, applicata qui a una genealogia vertiginosa: il nonno Sigmund che ha rivoluzionato la storia del pensiero, il nipote Lucian che ha dato nuova vita alla pittura figurativa — entrambi con la figura umana al centro, ma con approcci opposti. Dove la tradizione del ritratto mascherava l’informe del corpo, Lucian Freud lavora per smontare quella mascheratura, in un’operazione di desacralizzazione dell’immagine narcisistica che ha come obiettivo lo svelamento del reale più nudo: il corpo fatto di carne e viscere, senza la parentesi di un discorso che lo includa in una cornice di senso. Un pittore dell’epidermide, più attento alla pelle che all’anima, che alla fine della vita dichiarava: voglio dipingermi sino alla morte — e si dipinse infatti come un vecchio satiro nudo con le vene ingrossate, la pelle cadente, portando la rappresentazione al suo punto limite. Ecco la risposta più radicale ai siti dopaminici: mentre il web coreano offre il piacere senza il corpo, Lucian Freud offre il corpo senza il piacere, la carne senza il filtro consolatorio dell’immagine. E ci ricorda che nessun ritratto può pretendere di solidificare un’identità che sempre sfugge: il reale resiste, per fortuna, a ogni simulazione.
Chiude la settimana, su Domani, un viaggio nel canto del Midwest, a partire dal nuovo album di Kevin Morby: quella lunga distesa di regioni che ha generato prodigiosi cantautori, da Bob Dylan a Tracy Chapman, fino a Sufjan Stevens e Bon Iver. Terra carica di sogni che nascono da giovani — il diciannovenne Dylan che all’inizio degli anni Sessanta lascia Duluth e va verso est, risucchiato a New York alla ricerca di visioni, parole e sommosse — e insieme terra di confini labili, da cui si fugge e a cui si torna. Il canto del Midwest è tormentato precisamente per questo: perché conosce la dialettica autentica del desiderio, che non è l’attesa infinita del pacco che non arriva, ma la partenza e il ritorno, la perdita e il riscatto, la pianura che si abbandona e che continua a cantare dentro.
Cinque letture, un’unica lezione. Viviamo in un tempo che ha imparato a separare il desiderio dal suo oggetto, la promessa dalla consegna, il nome dalla sostanza: si compra senza comprare, si coopera senza cooperare. Ma Dickens che tende la mano al lettore, Freud nipote che dipinge la carne fino alla morte, il ragazzo del Minnesota che parte davvero, con la chitarra e il freddo addosso, dicono un’altra cosa: che il reale non si simula, si abita. La dopamina dell’attesa è gratis; la verità, come sempre, si paga con il corpo.





