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C’è un’osservazione, nella lunga conversazione che il cardinale Robert Sarah ha concesso al Foglio attorno al suo ultimo libro, che merita di essere trattenuta al di là del contesto ecclesiale in cui è stata pronunciata. Il problema dell’Occidente, dice in sostanza Sarah, non è più l’ateismo. L’ateismo, a suo modo, era ancora una forma di attenzione: negava Dio, ma per negarlo doveva tenerne aperta la questione, discuterla, prenderla sul serio abbastanza da combatterla. Ciò che è subentrato è qualcosa di più radicale e insieme più silenzioso: Dio non è più un fatto. Non viene negato, viene saltato. Non entra più nell’elenco delle cose di cui vale la pena occuparsi.
È una diagnosi che vale la pena raccogliere anche da chi non condivide la prospettiva da cui è formulata, perché coglie un passaggio reale. Il congedo dalla religione, nella modernità matura, non ha avuto la forma dello scontro ma quella dell’indifferenza distratta. Non abbiamo cessato di credere in seguito a un ragionamento: abbiamo semplicemente smesso di porci la domanda, e la domanda, non essendo più posta, è uscita dal campo del pensabile. Qui però Sarah introduce una distinzione che è la parte più fine del suo discorso, e che conviene tenere ferma: l’irrilevanza di Dio non coincide con l’irrilevanza del religioso. L’uomo resta strutturalmente un animale che cerca senso, che ha bisogno di appartenere a qualcosa di più grande di sé, che non tollera a lungo la nudità della propria contingenza. Il senso religioso, per usare le sue parole, appartiene alla conformazione stessa dell’uomo.
Se le cose stanno così, allora lo spazio lasciato vuoto da Dio non è un vuoto neutro. È uno spazio che si riempie. E la questione interessante — quella su cui vale davvero la pena fermarsi — non è che Dio manchi, ma che il bisogno resti e cerchi altrove il suo oggetto. Chi ha osservato con qualche onestà la vita collettiva degli ultimi decenni sa che la religiosità dislocata è ovunque: nelle liturgie del consumo, nella devozione alle cause, nella ritualità delle appartenenze politiche o sportive, perfino nella fede — questa sì, robusta — nella capacità della tecnica di redimerci dai nostri limiti. Non siamo diventati più razionali. Abbiamo cambiato altari.
Ed è proprio la fede nella tecnica il secondo nodo che l’intervista mette a fuoco con precisione. Sarah osserva che in Occidente prevale un’immagine di Dio percepita come rivale della libertà; ma la libertà di cui qui si parla è già stata ridotta a qualcosa di molto particolare, l’autonomia assoluta, l’autofondazione di un soggetto che non tollera vincoli perché ogni vincolo gli appare una diminuzione. A sostenere questa postura interviene l’illusione più caratteristica del nostro tempo: che la vita sia interamente disponibile, manipolabile, senza resto. Che tutto, prima o poi, si lasci calcolare, ottimizzare, differire. È qui che il ragionamento tocca il suo punto più solido, e non ha bisogno del linguaggio della fede per reggersi: si tratta appunto di un’illusione, perché la limitatezza della vita ripropone sempre la domanda di senso, dalla quale è impossibile fuggire.
Vale la pena insistere su questo, perché è il luogo in cui il discorso diventa universale. L’autonomia totale è un progetto che contiene una contraddizione interna, e la contraddizione affiora sempre nello stesso punto: là dove l’illusione di disponibilità si incrina. La malattia che non si negozia, il lutto che non si riassorbe nel calcolo, il limite che resiste a ogni tecnica di aggiramento. Non serve essere credenti per riconoscere che la finitudine è la crepa attraverso cui la domanda di senso rientra da una porta che credevamo di aver murato. La cultura della prestazione ha provato a espellere la morte dal campo visivo, a trasformare ogni limite in un problema tecnico ancora irrisolto; ma il limite, quando torna, non torna come problema. Torna come domanda, e la domanda non ha soluzioni tecniche.
C’è infine un terzo argomento, che Sarah svolge a proposito della liturgia ma che eccede largamente la questione dei riti, e che a me pare il più prezioso da portare fuori dal suo perimetro d’origine. La tesi è che nessuno abbia autorità sui riti, perché i riti non sono prodotti di una volontà ma sedimentazioni di una storia lunga; e che dunque non li si possa abolire per decreto, da un giorno all’altro, come se una firma potesse cancellare ciò che il tempo ha depositato. Qui la posta in gioco è il rapporto tra la volontà sovrana di chi amministra e le forme che ha ereditato. Esiste un limite di principio a ciò che un’autorità, per quanto legittima, può cancellare: certe forme non le appartengono, la precedono e la eccedono. Chi le governa ne è custode temporaneo, non proprietario.
È un principio che vale ben oltre la liturgia, e chiunque abbia avuto a che fare con la cura delle istituzioni lo riconosce. Vale per le istituzioni civili, per le comunità, per tutto ciò che dura più a lungo di chi in un dato momento lo amministra. La tentazione contraria — quella di trattare le forme ereditate come materiale disponibile, da rimodellare secondo la convenienza del presente — è forse la vera cifra della disposizione che Sarah descrive: la stessa che, sul piano della vita singola, si illude di poter disporre di tutto senza resto. Va detto, per onestà, che questo principio taglia in entrambe le direzioni e si presta a usi opposti a quelli di chi lo formula; ma è proprio la sua ambivalenza a renderlo serio. Non è una bandiera di parte. È un’affermazione sulla non-disponibilità delle forme, e chi la maneggia dovrebbe sapere che vincola anche lui.
Resta, sullo sfondo, la domanda di copertina del libro — se la Chiesa, tra venticinque anni, sarà ancora un faro o l’eco lontana di una voce dimenticata. È una domanda interna a una fede, e come tale la lascio a chi quella fede la vive. Ma sotto di essa se ne intravede un’altra, che riguarda tutti: se una civiltà possa reggersi a lungo sulla convinzione di non aver bisogno di alcuna domanda a cui non sappia già rispondere da sé. L’irrilevanza, in fondo, non è mai una condizione stabile. È solo il tempo che passa tra una domanda rimossa e la sua ricomparsa.





