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Quello che segue non è una previsione, ma uno scenario: lo metto qui perché ci si ragioni sopra — e, se serve, lo si smonti — finché siamo ancora in tempo.
Il rischio, il 20 agosto, è di sederci a quel tavolo per difendere le parole giuste nel modo sbagliato: la sede, l’occupazione, il territorio. Sono parole vere, ma se restano slogan servono a metterci in pace con la coscienza, non a ottenere qualcosa. La domanda utile è un’altra, e più scomoda: dentro un’operazione pensata per smontare il Monte, cosa resta che valga la pena difendere e che si possa davvero ottenere? Il tempo prima delle decisioni vere è pochissimo, e va speso lì.
Cominciamo da ciò che è in gioco davvero, perché quasi tutti guardano nel posto sbagliato. Il vero obiettivo di questa partita non è il Monte: è Generali. Da quando il Monte ha comprato Mediobanca, il suo valore agli occhi di Intesa è soprattutto la quota che Mediobanca detiene in Generali, la prima assicurazione italiana, cioè il controllo di un’enorme massa di risparmio e di titoli di Stato. Nessuno mette sul piatto trenta miliardi per il Monte in quanto tale: li mette per arrivare, attraverso Mediobanca, a Trieste. E infatti, nel piano di Intesa, Mediobanca resta a Intesa. Questa è la partita grande, ed è nazionale: si gioca tra Milano e Trieste, ed è la più difficile per Siena. Illudersi di ribaltarla da un tavolo in prefettura, a Ferragosto passato, è il modo più sicuro per non ottenere l’unica cosa che invece è ancora alla nostra portata.
Il resto del Monte, intanto, viene diviso in due parti quasi uguali. Gli sportelli sono circa milleduecentocinquanta. Poco meno della metà resta a Intesa, che li assorbe nella propria rete: perdono l’insegna, si sciolgono dentro Milano e diventano, semplicemente, Intesa Sanpaolo. L’altra metà, seicentotrentacinque sportelli, passa a Unipol. E questa metà non è un pezzo qualunque: è qui che il ragionamento cambia.
Quei seicentotrentacinque sportelli non sono stati scelti a caso. La divisione segue le regole antitrust, che impongono a Intesa di cedere le filiali dov’è già troppo forte. E in Toscana Intesa è fortissima: perciò qui deve cedere una fetta consistente della rete, filiali che da sole valgono tra il dieci e il quindici per cento del mercato regionale. Quella fetta entra nel pacchetto Unipol, cioè in quello che conserva il nome. Intesa dalla Toscana non sparisce, resta anzi ben presente; ma una parte robusta del cuore toscano della banca, la sua terra d’origine, passa dalla parte del marchio. E Unipol non la prende controvoglia, anzi: la Toscana è tra le regioni su cui vuole crescere. Per una volta, la geografia lavora per Siena.
C’è poi la cosa che conta di più: la testa. Nel pacchetto che va a Unipol non ci sono solo le filiali, ma anche gran parte delle strutture centrali e la sede storica di Rocca Salimbeni. Cimbri lo ha detto chiaro: non compra sportelli, compra una banca vera e propria. La direzione del nuovo Monte, insomma, è già dentro il perimetro destinato a Bologna.
Qui però bisogna essere onesti, perché è facile illudersi. Verrebbe da concludere: bene, allora la testa a Siena c’è già, basta non farsela togliere. Non è così, e non per caso. Quella «banca autonoma» è stata costruita autonoma solo per superare l’antitrust, cioè per poter essere venduta, con l’intenzione dichiarata di fonderla subito dopo dentro Bper. L’autonomia di Siena non è qualcosa che rischia di consumarsi col tempo: è precisamente ciò che la fusione è fatta per assorbire. Chi promette di «tenere la banca autonoma» chiede una cosa che l’operazione esclude fin dall’inizio.
Ma il punto, invece di cadere, si sposta e diventa più preciso. Nella stessa operazione c’è una contraddizione che è anche la nostra leva. La banca che incorpora è Bper, con sede legale a Modena; eppure è Bper a rinunciare al proprio nome per prendere quello del Monte. Se il nome che sopravvive è «Monte dei Paschi», allora dove sta la direzione non lo decide nessuna legge: in Italia la direzione generale e la sede legale possono stare in due città diverse. La richiesta sensata, allora, non è «lasciatela autonoma», ma un’altra, molto più difficile da respingere: avete scelto di chiamarvi Monte dei Paschi, e la sede che state comprando è a Siena; tenete a Siena, in Rocca Salimbeni, la direzione di questa banca, o almeno un nucleo vero e definito delle sue funzioni centrali, invece di smontarlo per portarlo in Emilia.
Va detto anche ciò che ci risponderanno, altrimenti la richiesta non regge. L’operazione promette sinergie per oltre ottocento milioni, in buona parte di costo; e i tagli di costo nascono anzitutto dall’eliminare le funzioni centrali doppie. La logica industriale spinge dunque a concentrarle, non a lasciarle a Siena. Chiedere l’intera direzione generale sarebbe una posizione che cade subito. Regge invece chiedere funzioni precise, indicate una per una, messe per iscritto nelle autorizzazioni finché il perimetro non è chiuso. È la differenza tra un’insegna vuota e una direzione che lavora davvero.
Ed è qui che il golden power, il potere del governo di mettere condizioni sulle operazioni ritenute strategiche, andrebbe usato dove morde. Non contro Intesa: quando una banca italiana ne compra un’altra, lo strumento è debole e l’Europa lo guarda male. Il suo vero bersaglio, in tutta questa vicenda, è l’assicurazione: tenere Generali sotto controllo nazionale, come il governo ha già fatto un anno fa mettendo condizioni all’offerta di Unicredit su Banco Bpm. Rocca Salimbeni non è materia da golden power. Ma una condizione che leghi la vendita a Unipol al mantenimento a Siena della sede, del nome e di funzioni direzionali precise è tutt’altra cosa: non va contro l’interesse di chi compra, ci va d’accordo. Ed è la sola forma in cui, qui, quello strumento tiene.
Perché — e sono le radici a dirlo — Unipol non è un fondo che ragiona solo sui numeri. È il braccio finanziario del mondo cooperativo emiliano, e le cooperative ne possiedono quasi metà. Per quel mondo il legame con il territorio non è uno slogan, è identità: è la ragione per cui hanno voluto il nome del Monte, e non quello di Bper. E c’è un’affinità più antica, che noi senesi dovremmo riconoscere per primi: il Monte nasce come Monte di Pietà, il credito pensato come servizio alla comunità prima che come profitto. È la stessa radice mutualistica da cui viene Unipol. Per questo è l’unico compratore a cui Siena può parlare nella propria lingua, e non in quella della pura finanza. Chiedergli di tenere a Siena la testa del Monte non è chiedergli di tradire la sua natura: è chiedergli di rispettarla.
E i rapporti tra il Monte e Unipol vengono da lontano, e da vicino. Negli anni delle scalate il Monte era socio, al venti per cento, della holding che controllava Unipol; i due gruppi avevano partecipazioni incrociate e un’intesa che ne regolava i rapporti. E nell’estate del 2005, quella dell’«allora, abbiamo una banca?», quel legame arrivò a sfiorare la fusione: secondo la ricostruzione dello stesso Consorte, Unipol propose a Mussari, allora ai vertici del Monte, di prendere BNL e fonderla con Siena per costruire la più grande banca italiana. Non se ne fece nulla, e la storia finì tra le procure e, molti anni dopo, tra le assoluzioni. Ma l’uomo che allora, al fianco di Consorte, era in prima fila per Unipol la guida ancora oggi: Carlo Cimbri. Vent’anni dopo, lo stesso protagonista si prende il nome e la parte toscana del Monte. Non è un incontro tra estranei: è un vecchio intreccio che si chiude. Ragione in più per trattare da pari, sapendo con chi si tratta e sapendo cosa chiedere.
Una parola, infine, sul 1995, perché sento ripetere con troppa facilità che tutto sarebbe cominciato lì. Quella riforma non fu il primo passo della resa. Dividere il vecchio ente in Fondazione e Banca servì a mettere al riparo, nella Fondazione, ciò che contava per la città: il legame civico, le erogazioni, il controllo. La Fondazione esiste ancora, e la città continua a nominarla. Il problema non è quello: è che ha smesso di contare il giorno in cui ha smesso di tenere in mano la Banca, dopo l’azzardo dell’Antonveneta, l’indebitamento e la diluizione. Non fu il 1995 a portarci qui, ma ciò che venne dopo.
Qualcuno mi accuserà di eccesso di realismo. Lo rivendico. Realismo, qui, non è arrendersi: è il contrario. Si arrende chi spende le poche settimane che restano sulla partita più difficile — Generali, Milano — per potersi poi indignare a cose fatte, invece di battersi dove il gioco è ancora aperto. Il calcolo freddo, semmai, sta dall’altra parte: in chi smonta una banca di cinque secoli come una qualsiasi somma di attivi, tiene ciò che rende e cede ciò che pesa, senza vedere che quel peso è una città.
La verità, spoglia, è questa. La sostanza se la prende Milano: Mediobanca, Generali, il risparmio. Una parte della rete si dissolve senza nome. Quel che resta da difendere è il pezzo che porta ancora il nome: la sua rete toscana e la sua testa. Non è una restaurazione, e chi la promette non è onesto. Ma è l’unica cosa concreta rimasta, e un tavolo che il 20 agosto avesse il coraggio di chiedere quello — una direzione vera a Siena, non un’insegna vuota — farebbe per il Monte più di tutte le dichiarazioni di unità istituzionale messe insieme. La scelta, alla fine, è semplice: accompagnare il Monte con dignità, oppure tenerci una parte che funziona ancora. È tutto ciò che possiamo ancora giocarci — e sarebbe imperdonabile accorgercene il giorno dopo.





