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C’è una fotografia di Antonio Biasiucci che parla prima ancora delle parole: un cranio animale sospeso nel nero assoluto, senza alto né basso, senza terra né cielo. Potrebbe essere un relitto affiorato dal fondo del mare o un continente osservato da un satellite. Non è né l’uno né l’altro, ed è per questo che funziona. È l’immagine-soglia di Archètipi, la mostra che la Reggia di Caserta ospita fino al 30 novembre — nata alle Gallerie d’Italia di Torino, in un’unica stanza lunga settanta metri scandita da ventiquattro polittici, e poi moltiplicata ed estesa in Campania. Attorno a essa Biasiucci ha condensato una frase che è quasi un ossimoro e insieme una dichiarazione di metodo: cerco il sacro dove non c’è.
Vale la pena prenderla sul serio, quella frase, perché rovescia il modo abituale di pensare il sacro. Non un contenuto già dato, non una teologia da illustrare, ma qualcosa che accade quando l’oggetto viene liberato dal suo contesto e restituito a sé. Biasiucci lo dice con una parola dura e precisa: scarnificazione. Fotografa il soggetto — un cranio, un pane, un tronco divelto, una mozzarella invenduta — e sa di aver trovato l’immagine solo quando quel soggetto gli sfugge, se ne va, non è più riconoscibile. Va via da lui, dice, quasi con sollievo. È il momento in cui la cosa cessa di rappresentare e comincia a donare: il pane diventa maschera di fabbro, la mozzarella medusa o pianeta fluttuante, l’albero paesaggio. L’archetipo non è dietro le cose, è ciò che resta quando alle cose togli la didascalia.
Il bianco e nero, qui, non è nostalgia né scelta di stile: è la condizione perché il tempo e lo spazio si ritirino. Biasiucci nomina Tarkovskij tra i suoi maestri, e si capisce perché. Quella fantascienza utopica non guarda al futuro ma a una materia così antica da sembrare aliena. La sacralità che insegue è dichiaratamente laica — un sincretismo tra morte e vita, perché reciprocamente si comprendono — e affonda in una biografia che non si nasconde. Le ossa delle vacche rimandano al nonno allevatore e al latte andato a prendere da bambino; il rito dell’uccisione del maiale, il pane fatto in casa, tutto ruota attorno alla figura della madre perduta da ragazzo. La perdita non viene rappresentata: viene lavorata, trasfigurata in forma. È qui che la fotografia smette di essere prelievo del reale e diventa un modo di dare senso a ciò che è mancato.
Ma la parte forse più istruttiva è quella in cui Biasiucci racconta come costruisce — perché lui costruisce, non coglie soltanto. La mappa dei boschi annotata andando in bicicletta, i teli neri portati per coprire lo sfondo, la motosega per tagliare le sfoglie di legno all’alba, gli amici cinghiali come unica assistenza: la fotografia diventa performance e insieme mestiere, gesto artigiano e rito. Le mozzarelle del casaro immerse per cinque, quindici, trenta giorni nel siero dentro vasche di plexiglass sono un piccolo trattato sul tempo reso visibile. In un’epoca che confonde l’immagine con l’istantaneità, questo ostinato lavoro di preparazione, attesa, deperimento è già una posizione morale.
E c’è, in fondo, una dimensione civile che non andrebbe lasciata sullo sfondo. Nella diagonale più grande della mostra, ritratti di uomini si alternano alle cifre disegnate da Mimmo Paladino: sono migranti, un immaginario barcone di dormienti perduti in fondo al mare, restituiti come gesto di tenerezza a chi la cronaca ha trasformato in miseri numeri. Sull’altro versante, l’omaggio al vecchio fotografo di cerimonia del paese, colpito da ictus e cancellato dal proprio archivio, i cui negativi anni Sessanta e Settanta per passaporti e patenti sono diventati una costellazione in cui molti hanno ritrovato i propri morti. È lo stesso movimento: sottrarre l’uomo al numero, ridare volto e nome a ciò che stava per dissolversi. Il sacro, di nuovo, dove sembrava non esserci.
Per chi guarda queste cose da un altro versante appenninico, da una montagna anch’essa fatta di fuoco sotterraneo, i Magma e i crani che diventano animali marini non sono astrazioni. Sono la prova che la materia, quando è davvero antica, non ha bisogno di essere spiegata per essere sacra: le basta essere vista bene. Biasiucci fa una cosa semplice e difficilissima — guarda finché la cosa smette di essere quella cosa. Il documentario che Stefano Aletto gli ha dedicato si intitola Calomba, il nome di una navicella ritrovata chissà dove. È un’immagine che gli somiglia: un oggetto caduto da un altrove, che continua a funzionare anche dopo aver perso le sue coordinate. Come le sue fotografie.





