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A Londra il presidente del Santa Maria della Scala mangia l’ostia, a Siena la sua rete gli affida la Vergine dell’Assunta: un bene di tutti convertito in clamore privato
Il fatto, prima di ogni interpretazione, è questo. Cristiano Leone presiede il Santa Maria della Scala, una delle massime istituzioni pubbliche di Siena. La galleria londinese che rappresenta la pittrice Teodora Axente ha realizzato al Santa Maria, su idea dello stesso Leone, una grande mostra di lei; poco dopo Axente ha ricevuto dal Comune il drappellone del Palio dell’Assunta, la più alta commissione artistica della città; e negli stessi mesi quella galleria ha promosso a Londra una performance in cui Leone compare non da presidente ma da artista, consumando ostie in un rito che cita la comunione. Gli stessi soggetti, insomma, dai due lati: in veste pubblica a Siena, in veste privata a Londra.
Il problema è tutto qui, ed è semplice: chi guida un’istituzione pubblica si trova a metterne il prestigio, e i beni che essa custodisce, al servizio di una carriera e di un mercato privati — e non se ne è tirato fuori. Non è una questione di gusto artistico né di sacro offeso, ma di confini: tra ciò che è di tutti e ciò che è di uno, e di chi li ha lasciati sparire.
Perché un ordine civile vive di distinzioni: l’arte non è il mercato, il bene di tutti non è l’interesse di uno, il dono non è la merce, la comunione non è l’io. Chi vuole servirsi di ciò che non gli appartiene comincia sempre dallo stesso gesto: cancellare il confine e chiamare cultura la saldatura. Provo a fare il contrario, rimettendo ogni cosa dal suo lato.
Ho difeso il drappellone di Axente quando la piazza lo trattava da provocazione: non uno specchio compiaciuto, ma uno sguardo che ci interroga. Continuo a pensarlo. E proprio per questo non lo confondo con l’operazione costruita attorno.
Torniamo alla geometria, che si vede a occhio nudo. La galleria rappresenta da anni Axente. La stessa galleria realizza al Santa Maria della Scala la mostra su di lei: un progetto che, per esplicita ammissione dei materiali ufficiali del museo, «nasce da un’idea del Presidente della Fondazione Cristiano Leone». La stessa pittrice riceve poi dal Comune il drappellone dell’Assunta, presentato dall’uomo che di quella galleria cura le relazioni istituzionali. E lo stesso uomo coordina a Londra la performance delle ostie.
Si dirà: Siena è piccola, i nomi tornano. Vero, ma non è questo. Il problema non è che lo stesso ambiente si ritrovi; è che la stessa persona siede sul lato che concede il bene pubblico e sul lato che ne raccoglie il vantaggio privato. Non una coincidenza di nomi, ma un conflitto di ruoli. E per vederlo non serve un accordo segreto: basta la soglia che precede il reato, l’opportunità.
Distinguiamo, allora, con la precisione di un notaio. La prima linea separa l’arte dal mercato. L’artista è fuori causa: l’opera è alta e l’aveva già resa quotata da sé. Il prezzo non lo incassa chi dipinge, ma ciò che le sta intorno: le sue tele sul mercato di Londra, che il timbro pubblico di Siena impreziosisce di colpo; la reputazione del presidente-performer, che usa come trampolino la carica affidatagli dalla città. La sola a mettere e non ricevere è Siena, che perde la cosa più sacra e si tiene la frattura. Non una donazione all’arte: una rendita di posizione.
La seconda linea separa il metodo dall’esito. Si dirà: se il Palio è riuscito, la rete che ha portato Axente è stata benefica. È un sofisma. Il drappellone è alto perché lo ha dipinto Axente, non perché la rete abbia tenuto il pennello: quella non ha dipinto, ha collocato un interesse privato dove serviva una scelta pubblica. Un buon esito per una via storta non raddrizza la via. Che il drappellone tenga è una fortuna, non una prova; e che la città si sia divisa dimostra che è mancato il confronto che solo una decisione pubblica garantisce. L’arte ha tenuto; è la procedura ad aver ceduto.
La terza linea separa il pubblico dal privato. Leone è il punto in cui il mercato entra nel corpo pubblico: la galleria era libera di perseguire il proprio interesse, lui no, che nel suo ruolo esisteva per resistere a quella pressione e le ha invece aperto la porta. Ma la responsabilità maggiore è politica, e ha una firma. Il drappellone è della città, e custodirlo non si delega. La galleria poteva desiderarlo; soltanto l’amministrazione poteva concederlo. Il Sindaco Fabio non ha subìto la rete: ha rinunciato a scegliere e ha affidato a un circuito privato il bene più sacro che la città possedesse.
L’ultima linea, la più intima, separa il dono dall’io. L’ostia è la figura del dono: si consegna intera e per questo non diventa mai proprietà di chi la riceve. Mangiarla come atto d’autore ne fa il contrario: appropriazione travestita da devozione. Non a caso quel rito è stato chiamato «matrimonio mistico» tra artista e curatore — le nozze di un uomo con la propria immagine. Comunione è il legame che tiene insieme; lui ne ha fatto un sacramento privato. Ha mangiato da solo anche mangiando in due.
È sempre lo stesso rovesciamento. Le ostie di Londra e il volto conteso della Vergine alimentano lo stesso motore, che non brucia più senso ma attenzione, e nel sacro ha trovato il combustibile più infiammabile. Si accende a Londra, si accende a Siena, e il fuoco fa notizia oltre confine: diocesi, correttori, cardinale, agenzie nazionali chiamati, inconsapevoli, a soffiare sulla fiamma. Questa è la sostanza dell’operazione. Non un’idea di città, non un pensiero sul sacro. Soltanto risonanza. E basta.
Ecco il filo: una sola confusione percorre tutta la vicenda — arte saldata al mercato, interesse privato al luogo pubblico, merce spacciata per dono, io travestito da comunione — e ogni volta è la stessa mano a cancellare lo stesso confine. Il drappellone l’ho difeso e continuo a difenderlo, ma non lo consegno a chi lo usa: proprio perché è alto va strappato alla rete che se ne serve. L’indignazione giusta non è contro l’arte né contro l’artista, che ne è lo strumento. È contro chi confonde per potersi servire. Perché alla città, adesso, si chiede di ricevere come benedizione ciò che a Londra è già stato ingoiato come carriera.
N.B. La frase «nasce da un’idea del Presidente della Fondazione Cristiano Leone» è tratta dalla pagina ufficiale del Santa Maria della Scala (santamariadellascala.com) e ricorre identica in diverse testate che l’hanno ripresa.





