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di Pierluigi Piccini
C’è una frase, nel piano che il consiglio di Rocca Salimbeni ha varato dopo sette ore di riunione, che pesa più di tutte le cifre allineate dai giornali: il Monte «non è una banca, è qualcosa di più». L’ha detta Lovaglio, e non è un fioretto retorico. È la premessa su cui regge l’intera difesa contro l’offerta di Intesa. Se il Monte fosse soltanto una banca — un perimetro di attivi, una rete di sportelli, un rapporto di cambio — l’offerta di Ca’ de Sass sarebbe semplicemente un prezzo da soppesare, e un prezzo con un premio. Se invece è «qualcosa di più» — un’istituzione, cinquecentocinquantaquattro anni, un pezzo della sostanza stessa della città — allora non si valuta, si respinge. Tutta la partita si gioca in questo scarto: tra ciò che una banca è e ciò che si dice che sia.
Il paradosso comincia qui. Per difendere quel «qualcosa di più» che eccede la banca, il Monte ha deciso di fare la banca come non mai, anzi la banca più intraprendente del tavolo. La contromossa è una doppia offerta di scambio: su Banco BPM e su Banca Generali, per costruire un polo bancario-assicurativo da sessantacinque, settanta miliardi. In più una cedola straordinaria da quattro miliardi, circa un euro e trenta ad azione — tre miliardi in titoli Generali, poco meno del cinque per cento del Leone, e un miliardo in contanti — costruita apposta per superare di un miliardo la componente cash offerta da Intesa. Chi si difende in nome delle radici lo fa, insomma, distribuendo carta e liquidità con la mano più larga che si sia vista in questo risiko. La sostanza da preservare viene invocata; l’operazione con cui la si preserva è la più finanziaria di tutte.
E non è unanime. Il piano è passato a maggioranza, nove voti contro quattro astensioni: Boccardelli, Maione, Centra, De Martini — i più vicini a Caltagirone — si sono fermati sulla soglia, lamentando una gestione troppo personalistica del dossier e informazioni insufficienti sugli elementi essenziali, al punto da votare contro persino il comunicato finale perché non ne raccoglieva le ragioni. È una crepa che vale la pena registrare: la difesa di una sostanza collettiva — la banca di tutti, la banca della città — condotta con una riservatezza che una parte del consiglio ha vissuto come esclusione. Il decisivo sì di Passera ha fatto da contrappeso, ma il verbale racconta una compagine tutt’altro che amalgamata.
Ed è precisamente sull’amalgama che la partita si deciderà. Perché sotto la passivity rule nulla di tutto questo si muove senza l’assemblea straordinaria del 29 ottobre, dove servono i due terzi. E i due azionisti che contano — Delfin e Caltagirone — allo scorso rinnovo del consiglio, in aprile, si sono schierati su fronti opposti. A questo si aggiunga che l’assalto a piazza Meda passa per il consenso di Crédit Agricole, che di BPM ha il ventinove per cento e che questa strada l’ha già sbarrata una volta; che la cedola dovrà avere il via libera della Bce; e che, se l’offerta su Banca Generali andasse in porto, sarebbe il Leone di Trieste a rientrare nel capitale di Siena con circa il dieci per cento. Il nome è senese; i luoghi in cui la sostanza si decide — Parigi, Trieste, Francoforte, le stanze di Delfin — non lo sono. La città che ha appena conferito a Lovaglio il Mangia d’Oro assiste, ma non arbitra.
Va detto con franchezza, perché il tifo qui non aiuta nessuno. Difendere l’autonomia del Monte è una posizione legittima e, per chi conosce cosa ha significato per Siena la lunga stagione del disastro Antonveneta, perfino comprensibile. Ma un conto è l’autonomia come fine, un altro è l’autonomia come racconto messo al servizio di un’avventura a leva il cui esito dipende da equilibri azionari che con Siena non hanno più molto a che vedere. Le «radici» del 2022 erano una promessa di prossimità ai territori. Oggi la stessa parola serve a giustificare la trasformazione della preda in predatore, e a chiedere ai soci di finanziarla. Non è detto che sia sbagliato; è doveroso però non confondere i due piani.
Restano allora due orologi che corrono su tempi diversi. Quello di Intesa, che viaggia con una cinquantina di giorni di vantaggio e attende il proprio semaforo; e quello di Siena, che ha bisogno di cinque mesi, di tre consensi esterni e di una maggioranza qualificata che nessuno, per ora, è in grado di garantire. Il 29 ottobre non si voterà soltanto una strategia industriale: si misurerà quanto, del «qualcosa di più» evocato da Lovaglio, sia sostanza e quanto sia nome. È una verifica che a Siena conosciamo bene. Le cose durano finché reggono sotto il peso di ciò che diciamo che siano.





