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C’è un modo sicuro di perdere una discussione, ed è litigare su un confine che è già stato cancellato. È quello che sta accadendo con il woke. Da una parte chi lo tratta come un lusso immateriale, un capriccio identitario da mettere da parte per tornare alle cose serie — il salario, la casa, il lavoro; dall’altra chi lo difende come una battaglia di civiltà. Ma gli uni e gli altri discutono di una frontiera, quella tra il materiale e l’immateriale, che il capitale ha già dissolto sotto i loro piedi. Si contendono le stanze di una casa che è stata demolita.
La distinzione tra l’economia solida delle cose e il regno leggero dei simboli non è una legge di natura: era la fotografia di una stagione, quella della fabbrica, della merce che pesa, del corpo che si consuma sulla catena di montaggio. Quella stagione è finita, e con essa la mappa che la sinistra continua a consultare. Nel modo di produzione che oggi ci governa il valore non nasce più soprattutto dal trasformare la materia, ma dal catturare ciò che una volta si chiamava immateriale: l’attenzione, l’affetto, il desiderio, l’immagine, la relazione, l’identità stessa. La soggettività non è più il contorno dell’economia. Ne è diventata la miniera.
Qui sta la sintesi che il dibattito non vede. Il riconoscimento, l’appartenenza, la rappresentazione di sé — tutto ciò che la sinistra archivia come “diritto immateriale” e la destra liquida come “lusso woke” — non è né l’una né l’altra cosa. È la nuova forza produttiva. La diversità che diventa valore d’impresa, la rappresentanza che diventa segmento di mercato, l’io che si racconta e nel raccontarsi lavora gratis. Non è la vittoria dei diritti civili sulla questione sociale, e non è la loro frivola distrazione. È la loro incorporazione dentro l’accumulazione. Il capitale ha fatto ciò che la sinistra non ha saputo nemmeno pensare: ha unificato il pane e il nome. Ma per venderli insieme.
E il cinema americano è, di questo, l’avanguardia e la prova provata, perché è il luogo in cui la smaterializzazione si mostra prima ancora di essere vissuta. Prendiamo un film che sembra il più innocuo e leggero possibile, e che invece è il documento più esatto della nostra condizione: Barbie. In apparenza è un manifesto di emancipazione, la presa di parola di un immaginario femminile contro un mondo costruito dagli uomini. E lo è davvero: dice cose vere sulla libertà, sul diritto di non essere una funzione dello sguardo altrui. Ma quello stesso film è, nello stesso identico gesto, la più colossale operazione di marketing mai costruita attorno a un marchio di giocattoli. La critica alla merce e la merce coincidono. Non c’è un momento in cui il film smette di emancipare e comincia a vendere: emancipa vendendo, vende emancipando. È impossibile separare le due cose, ed è proprio questa impossibilità la verità che il film ci consegna senza volerlo. Il riconoscimento è diventato una linea di prodotto.
Si guardi poi il corpo che quel film mette in scena. È un corpo di plastica, senza peso, senza organi, senza sesso, perfetto e perciò irreale: l’esatta allegoria di una soggettività ridotta a immagine manipolabile, ringiovanibile, riproducibile all’infinito. E si guardi come finisce: quel corpo di plastica sceglie di diventare carne. Rinuncia alla perfezione immateriale per la finitezza, la mortalità, il limite di un corpo vero. È il desiderio, tenerissimo e disperato, di rimaterializzarsi — la nostalgia di un peso, di una gravità, di una fine — messo in scena proprio dall’industria che di quella smaterializzazione vive. L’icona sogna di ridiventare persona intera, mentre il sistema che la produce la tiene sospesa nel regno leggero delle immagini che scorrono e si accumulano come capitale. Nessun trattato spiega meglio dove siamo.
Attenzione, però, alla scorciatoia che rovinerebbe tutto. Dire “è solo marketing” è comodo esattamente come dire “è solo woke”: è, di nuovo, il modo di chi non vuole vedere. Il fatto che il capitale abbia catturato il bisogno di riconoscimento non rende falso quel bisogno. La cattura viene sempre dopo un desiderio che la precede e la eccede: si può mettere a valore la fame di essere visti proprio perché quella fame è reale, incomprimibile, antica quanto la persona. Il cinismo di chi riduce ogni emancipazione a una trovata commerciale è soltanto l’altra faccia dell’ingenuità di chi la crede pura. La verità è più scomoda di entrambe: il terreno dello scontro si è spostato dentro la soggettività, che è oggi insieme il luogo dove veniamo sfruttati e il solo luogo da cui possiamo liberarci.
È per questo che le due ricette in campo sono entrambe perdenti. Chi invoca il ritorno alla “sola economia” insegue una fabbrica che non c’è più, e lascia scoperto proprio il territorio — l’identità, l’immagine, il desiderio — dove oggi si produce valore e si esercita il dominio. Chi si accontenta della “sola identità”, della guerra sulle parole mentre lo Stato sociale arretra in silenzio, fa gratis il lavoro dell’avversario: purifica il vocabolario e consegna il resto. Sono due modi di dividere in due una persona che non è mai stata divisibile.
La lezione, alla fine, è la più semplice e la più dimenticata: il corpo che ha fame di pane e l’anima che ha fame di nome sono la stessa persona, e sono la stessa fame. Il capitale l’ha capito prima di noi, e su quella comprensione ha costruito il suo mondo. Alla sinistra resta il compito che ha avuto per un breve tratto luminoso e poi ha smarrito: nutrire quella fame intera senza venderla. Non è ancora stato fatto. Ma è esattamente questo non-ancora che tiene aperta la partita.





