
La sedia che si libera
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La sede è una parola
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C’è una parola che, nell’intervista sulla direzione confermata al Santa Maria della Scala, torna con la regolarità di un rintocco: continuità. La si invoca come un valore in sé, come se il solo non interrompere fosse già una politica. È il vocabolario con cui Siena si racconta da anni, e proprio per questo merita di essere ascoltato con qualche sospetto. Perché dietro l’elogio della continuità si nasconde una domanda che nessuno vuole pronunciare, ma la cui risposta ormai è sotto gli occhi di tutti.
La proroga di un triennio viene presentata come la notizia. Ma il vertice non è mai stato la variabile decisiva, e confermare una direzione non equivale a sceglierne una. Anzi, spesso ne è il contrario: si conferma per non dover scegliere. Solo che, nel caso del Santa Maria, non c’è più nemmeno una scelta rimandata. C’è un esito depositato. Si conferma perché la decisione, di fatto, è già stata presa — e consiste nel mantenere le cose come sono.
Il secondo motivo ricorrente è gemello del primo: mancano le risorse, servono nuovi soci, occorrono finanziamenti. È vero, naturalmente. Ma è una verità che assolve. Finché il problema si formula come scarsità di denaro, la responsabilità si sposta sempre altrove — il Ministero, il mercato, i soci che non arrivano. Ed è qui l’inversione decisiva. I fondi non precedono la funzione: la seguono. Nessun socio serio mette risorse in un luogo che non sa dire cosa vuole diventare. Prima viene la destinazione, poi il finanziamento; invertire l’ordine significa condannarsi a inseguire l’uno senza mai stabilire l’altra. E a inseguire, a Siena, si è passato un quarto di secolo.
Perché questo è il punto che la retorica dell’occasione continua a rimuovere. Il Santa Maria non è una promessa sospesa. È una potenzialità rimasta tale. Uno dei più antichi ospedali d’Europa, dismessa la sua funzione originaria, è diventato negli anni ciò che lo si è lasciato diventare: un contenitore di mostre e di aperture straordinarie, di eventi che si succedono senza sedimentare. Cose dignitose, per carità. Ma non la funzione strutturale di cui quel complesso sarebbe capace, e che ne farebbe il perno della vita culturale ed economica della città. Quella funzione è stata annunciata infinite volte e mai realizzata. E una potenza che non passa all’atto, col tempo, non resta neutra: si consuma. Diventa marginalità.
Non basta la retorica a colmare quello scarto, e non bastano gli annunci — anzi, la serie infinita di annunci è essa stessa il sintomo. Si annuncia ciò che non si fa; si celebra la continuità di ciò che non decolla; si chiama futuro un presente che si è già rassegnato. Il masterplan, il patrimonio da valorizzare, la risonanza nazionale: parole che tornano identiche di anno in anno, e la loro stessa ripetizione dovrebbe insospettire. Ciò che davvero cambia le cose lo si fa una volta sola; ciò che si ripete all’infinito, di solito, è ciò che sostituisce il fare.
Perché decidere sul serio la funzione del Santa Maria significherebbe toccare equilibri che a Siena si preferisce lasciare intatti: chi comanda su che cosa, come si dividono oneri e ricavi, quale posto ha la cultura rispetto agli altri poteri cittadini. Sono conflitti, e la continuità serve appunto a non aprirli. Ecco perché il linguaggio della conservazione ha tanta fortuna: non chiede di scegliere, chiede solo di durare.
Ma conservare non è governare. Custodire le pietre senza decidere a cosa servano è il modo più raffinato di lasciarle spegnere. Il Santa Maria non è ciò che potrebbe diventare: è ciò che è diventato mentre lo chiamavamo promessa. E una potenzialità che nessuno traduce in atto non rimane un’attesa. Diventa, semplicemente, un margine.




