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Vitiello, un amico di pensieri laici e dialoghi sulla fede
Il 26 agosto ha chiuso la sua esistenza terrena il filosofo Enzo Vitiello, cui mi legava l’amicizia di una vita. Studioso di Vico, dell’idealismo tedesco e del pensiero di Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger, in costante rapporto con la filosofia greca e la tradizione cristiana, Vitiello ha elaborato una teoria ermeneutica, la “topologia”, fondata su una reinterpretazione del concetto di spazio come orizzonte trascendentale dell’operare umano, con particolare attenzione alla genealogia del linguaggio e del tempo. Ha affrontato più volte il tema della fede da un punto di vista laico, dialogando con svariati teologi, fra i quali io stesso. Vorrei ricordarlo riportando alcuni passaggi di uno scambio epistolare che intercorse fra noi diversi anni fa. Era il 27 maggio del 2002 ed Enzo, in risposta ad alcune mie obiezioni, mi scriveva: «Carissimo Bruno, come sempre le tue riflessioni critiche mi danno molto da pensare. Questa volta ancor più delle altre, avendo tu ripercorso l’intero mio tragitto da Topologia del moderno a
Cristianesimo senza redenzione, sino a Il Dio possibile. Hai colto la motivazione profonda del mio filosofare: la ricerca di un pensiero capace di reggere sino in fondo il peso della propria finitezza.
Questo pensiero deve affrontare una contraddizione di fondo, la contraddizione del limite, che per essere riconosciuto va superato! Come varcare il limite senza negarlo? Di qui nasce la mia riflessione sul possibile… Mi chiedi se nel possibile è compreso anche il non esistere… Certo Dio può non esistere.
L’abisso di Dio non è riducibile a realtà.
Perché non è ri(con)ducibile ad oggetto o tema del
pensiero… Da qui il senso di rivolgersi a Dio nella seconda persona, il Tu. Che inverte ogni mio discorso. Perché se è vero che muovo da me per parlare di Lui, Lui, in quanto possibilità possibile, rende possibile anche il mio parlare.
Rende possibile in tutta l’estensione di significati che questa espressione ha.
Anzitutto toglie certezza, definitività, assolutezza al mio dire – anche al mio dire riguardo al possibile; poi (ma solo poi) può dare al mio dire valore, significato, senso.
Pertanto il mio dire non muove da me, come inizialmente appare, ma dal Tu. Il mio stesso io, pensato originariamente, è – anzitutto a me stesso – un Tu. Qui mi fermo… Può darsi che alle conclusioni, cui tu sei giunto, potrò in futuro avvicinarmi, ma ho ancora molto cammino da fare… Come sempre ti sono molto grato: giungi al cuore dei problemi e costringi a pensare. È per me una bella costrizione! Con tanto, tanto affetto…». A queste parole – vera e propria “ confessio philosophi” – così rispondevo: «Grazie, Enzo, della Tua risposta. Il problema è certo quello di un pensiero capace di reggere fino in fondo la propria finitezza, o di un pensiero capace di accettarla per riconoscerla fondata dall’Altro, sulla base del Suo avvento nella nostra finitezza. La vera contraddizione non è all’interno del pensiero (sarebbe solo una forma dell’identità), ma nel contraccolpo che dà al pensiero l’avvento dell’Altro: perciò solo la fede – esercizio altissimo e non minore della ragione in quanto ragione aperta, in esodo e pellegrina verso il Mistero – nutre infine il passaggio. Perché essa è umiltà – e dunque riconoscimento del limite; ed è accoglienza d’amore riconoscenza del dono originario e sempre nuovo che viene dall’alto.
Filosofia della Grazia è portare al pensiero
l’essere amati da Dio. Certo, questo è teologia, mi dirai: ma proprio Tu riconosci che lì dove la filosofia giunge al suo approdo più alto, la teologia inizia nella sua umiltà davanti al Dio che si narra, che viene a noi e noi non deduciamo. Non siamo allora noi a dare precise definizioni dell’Altro: è Dio che venendo nella carne si è autolimitato. È la kénosi! È il dono! È il suo dirsi nel nostro linguaggio, senza ridursi a esso… E quando pensi al plurale, T’accorgi che questo dono ci fa popolo, Chiesa dell’amore, missione e servizio per altri, a lode della Sua gloria! Grazie, Enzo, della Tua onestà, grazie di farmi partecipe del fuoco che intravedi e che a me già sembra ardere in Te. Perché non consegnare noi stessi, allora, al fuoco dello Spirito? Perché non far ardere il dono che è in noi? Ti porto come sempre nella preghiera e Ti abbraccio».





