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30 Agosto 2026
SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
30 Agosto 2026Novecento italiano Crocianesimo, antifascismo, storicismo: i testi di Norberto Bobbio per la rivista fondata da Luigi Russo, poi diretta dal figlio «Lallo»
Le infami leggi razziali che il regime fascista emanò nel 1938 ebbero riflessi drammatici nelle Università, e anche l’Ateneo senese fu tenuto ad applicarle. Il docente Guido Tedeschi, titolare della cattedra di Diritto civile, fu costretto a lasciare l’insegnamento. Il Rettore Raselli nella relazione inaugurale dell’anno accademico, il 13 novembre 1938, ne dette notizia con un’untuosa formula rivolgendo «un’affettuosa parola di commiato – disse –, al nostro ottimo collega, (…) che lascia l’insegnamento, in seguito ai provvedimenti ispirati alle superiori esigenze di difesa della razza».
Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909 – Torino, 9 gennaio 2004) sarebbe giunto a Siena pochi mesi dopo. «Quando arrivai a Siena – precisa in una lettera del 19 febbraio 2000 –, probabilmente alla fine dell’anno 1938, Tedeschi non c’era più e quindi non l’ho conosciuto. Si sapeva che era andato ad abitare in Israele. Riguardo alla campagna razziale, ci siamo comportati quasi tutti, come pretendeva la dittatura, con opportunistica rassegnazione, salvo considerarla in privato un’infamia». Da questo scarno frammento traspare l’amara onestà di chi ripensa la sua vita dentro le tragedie del Novecento senza reticenti giustificazioni.
Dal 1939 Bobbio aderì all’attività clandestina del movimento liberal-socialista, incontrandovi Guido Calogero e Aldo Capitini. Nel ’35 era già stato schedato dalla Questura di Torino come «elemento antifascista» per la frequentazione di esponenti di «Giustizia e Liberà», tra i quali spiccavano Leone e Natalia Ginzburg, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Massimo Mila. Vinto il concorso a cattedre, che in un primo momento gli era stato impedito di affrontare, Bobbio iniziò la sua carriera accademica presso l’Università libera di Camerino per essere poi chiamato a Siena a sostituire Felice Battaglia come straordinario di Filosofia del diritto. Vi rimase meno di due anni e approfittò della vicinanza di Firenze recandovisi spesso, attratto da personalità come Giorgio Pasquali, Piero Calamandrei e Luigi Russo (Delia, 29 novembre 1892 – Marina di Pietrasanta, 14 agosto 1961).
Il rapporto con il futuro direttore della Normale di Pisa (nel 1943 e, dopo breve interruzione, dal ’44 al ’48) divenne salda consuetudine. Uno stretto legame, di quelli destinati a lasciare il segno, aveva coltivato con Giovanni Gentile. Nella premessa all’edizione del ’34 di Vita e morale militare – ma la stesura risaliva al ’17 – Gentile dichiarò il suo apprezzamento, perché il giovane autore si era «ispirato alle idee del più elevato e schietto idealismo». Viene da interrogarsi sulle motivazioni alla base del fascino che il focoso Luigi Russo esercitò su Bobbio, il cui temperamento era del tutto opposto a quello polemico e irruente dell’allievo prediletto di Gioele Solari.
Alessio Panichi, che ha curato e introdotto con minuzioso acume i quindici contributi pubblicati dal grande politologo piemontese nella rivista bimestrale fondata da Russo nel 1946 mutuando il titolo da un sulfureo arcidiavolo machiavellico (Norberto Bobbio, Per Belfagor. Gli interventi e le corrispondenze con Luigi e Carlo Ferdinando Russo (Aragno «Biblioteca», pp. LXXI-517, € 60,00) ritiene che proprio le differenze di carattere furono un fattore determinante e complementare.
Bobbio non aveva un cuor di leone. Russo, presentando in Normale Antonio Gramsci in un appassionato discorso (27 aprile 1947), ringraziò Togliatti di avergli messo tra le mani gli scritti ancora inediti dei Quaderni. Li disse scaturiti dall’animo di un «cristiano senza retoriche religioserie»: «Popolarismo più che comunismo nel significato stretto del termine poteva dirsi la sua fede politica». I due carteggi inseriti nella raccolta – 26 scambi con Russo dal 1947 al 1961; 117, dal 1962 al 2001, con il figlio di Russo «Lallo» (1922-2013), raffinato filologo classico laureatosi con Pasquali – documentano tematiche privilegiate e sintomatiche convergenze.
«Belfagor» è stata una rivista unica: né altezzosamente accademica, né populisticamente facile, alternava rigorosi saggi e maliziosi interventi nella rubrica «Noterelle e schermaglie». Il criterio vigente era un pluralismo aperto a «tutti gli studiosi di buona volontà, dai liberali ai comunisti». Una tale impostazione era in piena sintonia con l’ottica di Bobbio circa la distinzione tra politica e cultura. Leggendo le missive e curiosando negli schietti giudizi espressi è come entrare in un frenetico laboratorio, dove gli intendimenti e le posizioni hanno una non filtrata franchezza. Quando Bobbio ringrazia Russo (24 dicembre 1950) per l’invio della nuova edizione di Problemi di metodo critico (Laterza 1950), non nasconde che gli tornano in mente le diatribe che quel testo aveva acceso su Benedetto Croce: «tutti crociani, si accorreva compiaciuti e incuriositi dove si sentiva odore di eresia».
La questione del rapporto con Croce è tra le centrali e invoglia a esplorare le traiettorie formative della generazione diventata adulta col fascismo, non radicata nel passato prefascista, incapace di dar vita a una corrente dotata di originalità, «ma anche troppo vigile e critica – scrive Bobbio a Russo nell’aprile 1955 – per lasciarsi travolgere dalla pseudo-cultura fascista». In questa sbrigativa affermazione sopravviveva il legame mai dissolto con il crocianesimo. In La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce Bobbio sostiene che ebbe influenza decisiva, non solo nei giovani, Storia come pensiero e come azione, feconda guida per un liberalismo che ambisse a risolversi anzitutto in «un atteggiamento morale e non politico»: dunque valido per opporre una resistenza al potere imperante.
In un commosso omaggio Bobbio addita Piero Calamandrei quale figura tra le più rappresentative dei giuristi-moralisti di contro ai giuristi-tecnici. I bersagli presi criticamente di mira sono il formalismo e il positivismo ottocentesco, che non si calavano entrambi in una contestuale analisi dei duri problemi di cui occuparsi. Lo storicismo che egli aveva seguito «era sospeso ad un dubbio finale sul senso ultimo della storia: dubbio che non doveva (o non poteva) avere risposta».
Il fatto è che lo «storicismo italiano» era inteso quale umanesimo storico-filologico, «il frutto più cospicuo e duraturo» della filosofia di Croce. In Gramsci e la cultura politica italiana (1978) Bobbio non nascose le critiche più volte indirizzate alle tradizioni che si rifacevano a Marx: l’assenza di circostanziate proposte degli esiti istituzionali e della prospettazione di come contrastare gli abusi del potere conquistato. Questo deficit nel descrivere l’architettura istituzionale da edificare fu un permanente rimprovero.
In una lettera dell’11 aprile 1978 a «Lallo» Russo, riferendosi a un articolo di Aldo Monti pubblicato nella «rivista di varia umanità», Bobbio non esita a rimarcare il suo accordo con l’estensore che «mette bene in rilievo come e qualmente Gramsci, anche lui, come tutti i marxisti (…), non si sia mai occupato delle istituzioni, e abbia sempre considerato gli istituti della tradizione liberal-democratica dal loro lato negativo (che c’è) e mai in quel che avevano di progressivo rispetto allo stato assoluto…». Molto ci sarebbe da aggiungere su un passaggio davvero cruciale se si oltrepassassero i confini cronologici del volume. Bobbio ammise che i limiti gramsciani erano assai diffusi. Commemorando Luigi Russo lo esaltò come uno «storicista militante» con una punta di amichevole ammirazione da parte di chi aveva preferito indossare le vesti di un esigente politologo.
«Belfagor», che chiuse i battenti per volontà di «Lallo» nel 2012, ci ha lasciato 400 fascicoli nei quali si condensa uno spazio memorabile di ritratti, indagini, interrogativi. In essi risiedono solo alcuni tratti di un itinerario in continua evoluzione. Introducendo la nuova edizione di Politica e cultura (2013) – il classico di Bobbio uscito nel 1955 –, Franco Sbarberi si è soffermato sulla consapevolezza dell’autore delle inquietanti alternative «tra Oriente e Occidente, tra secolarizzazione e riconquista religiosa, tra globalizzazione e localismo». Il ruolo proprio dell’intellettuale resterà quello di farsi autonomo «mediatore culturale» fra le diverse civiltà, opponendosi alle ideologie fondamentaliste e alla feroce contrapposizione tra soggetti collettivi e singole persone. Con Kant sconfinerà in un laico profetismo. Il progresso non è necessario, è possibile, dirà a Madrid (L’età dei diritti, 1987). La pace sarà stabile «solo quando vi saranno cittadini non più soltanto di questo o quello stato, ma del mondo». E suprema regnerà la «mitezza»: «l’antitesi della politica».





