
Il campo largo davanti allo specchio: vince sulla carta, ma non sa ancora chi è
21 Settembre 2026
La Vida Es Un Carnaval – Celia Cruz
21 Settembre 2026La Germania che cambia pelle: l’AfD sfonda a Est, la sinistra conquista Berlino, e Merz esce dimezzato
L’ultima tornata elettorale del 2026 consegna l’immagine di un Paese che si allontana dal centro e cerca risposte agli estremi. Si votava in due Länder profondamente diversi — la città-Stato di Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, sul Baltico — e da entrambe le urne è uscito lo stesso segnale, pur declinato in direzioni opposte: la stagione dei partiti tradizionali di governo, in Germania, è entrata in una crisi che non è più congiunturale ma strutturale.
Nel Land orientale il dato è netto e, per certi versi, storico. Alternative für Deutschland si attesta intorno al 38 per cento, più che raddoppiando il risultato di cinque anni prima e superando per la prima volta la socialdemocrazia, che dal 1994 era sempre stata la forza egemone di quella regione. Ma il vero terremoto riguarda l’Unione cristiano-democratica: ferma sotto la soglia di sbarramento del cinque per cento, resta esclusa dal parlamento regionale per la prima volta nella sua storia. Un partito che poco più di quattro anni fa raccoglieva quasi un elettore su tre viene semplicemente espulso dall’aula, schiacciato in una contesa che si è ridotta a un duello tra socialdemocratici e ultradestra. La leadership del co-partito di AfD ha subito rivendicato «il mandato a governare», offrendo colloqui a tutti: un modo per erodere dall’interno il cordone sanitario che finora ha isolato il partito.
A Berlino il vento soffia nella direzione simmetricamente contraria. Qui vince la sinistra della Linke, prima con quasi il venticinque per cento, portando a compimento una rimonta che nella capitale sembrava impensabile fino a pochi mesi fa. Il volto di questa affermazione è quello di una candidata che ha messo al centro della campagna la crisi abitativa e la proposta di espropriare grandi patrimoni immobiliari per calmierare gli affitti: una piattaforma dichiaratamente anticapitalista che ha saputo parlare ai più giovani e ai quartieri messi in difficoltà dal caro-casa. La cristiano-democrazia, che pure esprimeva il sindaco uscente, si ferma al secondo posto poco sopra il diciannove per cento; l’ultradestra cresce anche nella capitale e si colloca stabilmente terza, sopra il quindici per cento, benché al di sotto delle aspettative gonfiate dai sondaggi delle settimane precedenti.
Il filo che lega i due risultati è la punizione del centro. Dove l’insicurezza economica e la paura del declassamento mordono più forte, l’elettorato si rivolge a chi promette protezione e identità; dove a pesare è invece il costo della vita nelle metropoli, la domanda di redistribuzione trova sbocco a sinistra. In mezzo, i partiti che hanno governato la Germania per decenni appaiono logori, incapaci di intercettare un malessere che chiede non ritocchi ma rovesciamenti. È la fine di una certa idea di stabilità renana, quella fatta di grandi coalizioni e compromessi al ribasso.
Sul piano nazionale il conto lo paga soprattutto il cancelliere. Investito da una doppia sconfitta, ha scelto di prendere la parola pochi minuti dopo la chiusura dei seggi per non lasciare spazio ai suoi avversari interni: ha ammesso «il disastro» con inconsueta franchezza, si è assunto la responsabilità e ha annunciato che non intende dimettersi, ostinandosi a rivendicare le riforme come ragione della propria permanenza. Ma la sua è ormai una guida dimezzata, e nel suo stesso partito è già cominciata la conta dei possibili successori. Dall’altra parte, la leader dell’ultradestra lo incalza a «trarne le conseguenze», forte della rivendicazione — non più soltanto propagandistica — di essere diventata il primo partito del Paese.
Resta, sullo sfondo, una lettura geopolitica che attraversa le cancellerie europee: la crescita di una destra apertamente ostile al sostegno all’Ucraina viene interpretata da più osservatori come un vantaggio oggettivo per Mosca, il segno di un continente che ha sottovalutato quanto la guerra alle sue porte potesse riverberarsi sul consenso interno. La Germania, locomotiva economica e politica dell’Unione, si scopre attraversata da forze centrifughe che non riguardano soltanto sé stessa. E il messaggio che arriva da questo voto è tanto semplice quanto inquietante per chi governa: il tempo dei vecchi partiti, per come li abbiamo conosciuti, sta finendo.





