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9 Ottobre 2026
Lhasa de Sela – Con Toda Palabra
9 Ottobre 2026Sanità pubblica, i tagli che non si vedono: in quattro anni mancano 19 miliardi e quasi sei milioni di italiani rinunciano alle cure
Ci sono tagli che si annunciano e tagli che si consumano in silenzio, senza che nessuno debba firmare una riduzione di spesa. Il nono Rapporto della Fondazione Gimbe sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre alla Camera, dà un nome a questo secondo genere: tagli invisibili. Il Fondo sanitario è cresciuto in valore assoluto, dai 125,4 miliardi del 2022 ai 142,9 del 2026, e chi governa può legittimamente rivendicarlo. Ma la quota di ricchezza nazionale destinata alla salute racconta altro. Nel 2022 era il 6,27 per cento del Pil. Poi è scesa intorno al 6, e quest’anno è al 6,14. Se il rapporto di partenza fosse stato mantenuto, la sanità pubblica avrebbe avuto 18,8 miliardi in più. È la distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si sceglie davvero.
L’inflazione ha fatto il resto: tra il 2010 e il 2026 ha di fatto assorbito una crescita nominale di 37,5 miliardi. Il futuro non promette correzioni. Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre prevede una spesa in aumento nominale ma ferma o calante rispetto al Pil. Gimbe stima per il triennio 2027-2029 un divario di 32,3 miliardi tra fabbisogno e risorse del Fondo. Se lo Stato non interviene, il conto passerà alle Regioni, che avranno davanti due strade soltanto: alzare le imposte o tagliare i servizi.
I numeri diventano persone quando si arriva alle rinunce. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di italiani, quasi uno su dieci, hanno lasciato perdere almeno una visita o un esame, contro il 7,6 per cento dell’anno prima. Circa quattro milioni lo hanno fatto per i tempi d’attesa, oltre tre milioni per ragioni economiche, e molti per entrambe. È qui che il diritto alla salute resta scritto ma smette di essere esigibile: chi può paga, chi non può aspetta, e spesso rinuncia. Il Rapporto parla di un debito sanitario destinato a maturare interessi in salute, in costi sociali e in diseguaglianze. La geografia lo rende evidente: tra Trento e la Campania la differenza di aspettativa di vita sfiora i tre anni.
Poi c’è il personale, che è il vero capitale di un sistema sanitario. Tra il 2012 e il 2025 la quota di spesa destinata a chi lavora nel servizio pubblico è scesa dal 39,7 al 36,9 per cento, per una perdita cumulata stimata in 36,8 miliardi. Il paradosso è che i medici in Italia non mancano: sono 5,8 ogni mille abitanti, tra i valori più alti dell’Ocse. Mancano nel servizio pubblico. Oltre uno su quattro non lavora nel Ssn né è in formazione, e all’inizio del 2025 mancavano più di cinquemila medici di famiglia. Per gli infermieri il problema è anche di quantità: 6,9 ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,7.
Chi vive nei piccoli comuni e nelle aree interne sa bene cosa significhi. Il medico va in pensione e non viene sostituito, l’ambulatorio apre a giorni alterni, l’esame si prenota a cento chilometri. Il Servizio sanitario continua a produrre buoni esiti, ma ha perso la capacità di garantirli in modo equo e tempestivo. Non è un crollo, è un’erosione. Proprio per questo rischia di non fare notizia finché non sarà troppo tardi.





